Forse era il mio compleanno

Davanti la porta del servizio di assistenza per i tossici di Mazzarruna trovai Cetty. Scesi dalla vespa di Massimo incuriosita. Riceveva il suo flacone di metadone e tornava alle case.  Era splendida. I capelli neri e sottili pettinati verso la nuca. Erano corti, bagnati  con un gel profumato. Aveva la nuca tonda, perfetta, come il suo bel viso che l’eroina non le aveva rovinato del tutto. Non veniva quasi mai in quel posto. Non era la tossica stracciona che ero abituata a vedere, con Massimo, in quello stanzino dalle pareti gialle, dietro la cui porta operavano donne dolci e sorridenti, estranee al male del mondo ingannevolmente e invece servizievoli al medesimo. Cetty si bucava ma vestiva bene, era pulita. Le sue ballerine lucide, le sue caviglie sottili – non indossava le calze neanche in inverno – me la rendevano inarrivabile. Ero incantata, volevo essere come lei. Non mi sarei mai bucata. Avrei voluto provare a fare la vita, come lei. Si diceva questo di lei. Teneva le gambe incrociate, una sull’altra, poggiata al muro, in piedi, guardava a terra. L’abito bluette, il finto pellicciotto color castoro, le davano un’aria da signora. E aspettava il metadone come gli altri. Mi vide, distrattamente alzò gli occhi e li fissò su di me che ero allora entrata, Massimo restava fuori. Ma era lui che prendeva il metadone. Poi smise di guardarmi. Non salutò. Cetty si sarebbe salvata. Guardai fuori, Massimo aveva trovato dove sedersi, sul gradino sotto il salice. Fumava. Notavo il suo profilo sottile, pallido. Era scavato da dentro. Non ce l’avrebbe fatta. Non si pensava mai al futuro, non ci importava granché del futuro. Non programmavamo esami da superare, obiettivi da raggiungere, non suonavamo uno strumento, non sapevamo giocare a tennis o  non avevamo l’energia e l’arroganza di un corpo in salute.

Cetty ora parlava con un tale, stavano organizzando di vedersi fuori da lì, la roba in cambio di sesso. Parlavano, lei muoveva le mani con una certa grazia, le unghia laccate. Lui aveva il viso con qualche buco, cicatrici, come butteri. Cetty si accorse della mia curiosità così andai via. Presi il metadone, solo quando arrivò il turno di Massimo. Lo presi e andai. Massimo era fuori e dormiva  con il viso penzoloni sul suo collo, seduto innaturalmente. Avevo 17 anni, quel giorno. Forse era il mio compleanno.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

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