scrittori coraggiosi

Leggevo il commento dello scrittore Paolo Di Paolo in merito a una specie di tramonto del romanzo in grado di dividere, ingenerare opinioni, scandalizzare. Finita la mistica dello storytelling, osservava Di Paolo nel suo preciso intervento, il romanzo è molto di più. Non è nemmeno afferrabile dentro uno spazio dove contenerlo, il genere, lo stile.

Non esiste il tramonto del romanzo, forse per certi versi è in progress il tramonto di un’editoria coraggiosa che produca scrittori coraggiosi o viceversa, anzi meglio viceversa. Scrittori coraggiosi che producono romanzi coraggiosi. Non è che un autore ci debba raccontare dei suoi minuti onanismi e noi  gridare al capolavoro. La letteratura ha bisogno anche di operai o mestieranti, come in una redazione con i fedelissimi votati alle veline filogovernative? La letteratura deve rimanere antidemocratica.

Gli scrittori devono essere coraggiosi, sporcarsi le mani, raccontarci l’inaudito, pagare un prezzo sempre, l’isolamento, l’energia avversa dei fuori le righe. Lo scrittore vive in questo status. Non è il caso umano che ogni tanto ci vogliono proporre in alternativa alla terribile uggia. Franz Krauspenhaar:  lo considero uno scrittore coraggioso ad esempio. E non perché abbia – a mio modesto avviso – subito un isolamento immeritato (non che ci sia qualcuno che possa meritarlo o perché no). Fuori dal giro. A lui non frega niente dell’approvazione da conventicola. Ingestibile. Come ogni vocazione geniale. Sta alla finestra e se ne fotte abbastanza di quel che accade. Nel senso: la letteratura, non è un mio problema. Dice. Ne parlerò meglio, in seguito. E’ uscito di recente con il romanzo per Neo Edizioni, “Grandi momenti”. Ogni parola di Franz gronda sangue. Ed è una condizione essenziale perché abbia ancora senso parlare di arte, talento, bellezza. scrittoriblog

O prendiamo Houellebecq. Provate ad addomesticarlo? Provateci.

Scrittori, non vicini di casa, non dilettanti domenicali con il pallino della Lettera 32. Mausolei con il senso della naftalina. Il mainstream della medietà ha cagionato danni spaventosi, cancellato il gusto dell’estraneità che suggerisce la grazia, un prodigio. Non tutti devono scrivere. E chiamarsi scrittori. Sbadiglieremo fino a morire su pagine tediose di minuti onanismi. In una visione meschina e parziale del genio, daremmo ragione all’inutilità di questo vivere. Cos’è la bellezza, senza il genio, il dolore che pulsa ad ogni parola, il terrore, la gloria?