Le ragazze

In cortile le ragazze sembravano cigni. Indossavano la stessa divisa sportiva. Studiavano, ridevano. Andavano al cinema il sabato.

Erano le ragazze del liceo. Uno stato di grazia, che mancava nell’elenco delle cose omesse o ripudiate. Le ragazze: esserlo era una categoria dello spirito. Era l’ultima ora, il professore di letteratura spiegava la conversione dell’Innominato, io avevo chiesto di andare in bagno, come sempre quando spiegava Manzoni, mi annoiava tantissimo. Certe lezioni in classe riuscivano a farmi odiare i libri letti per coercizione e non per desiderio. La Blixen, Gavino Ledda. Leggevo i libri maledetti a casa, al riparo da tutti i suggerimenti pedagogici che ovviamente sortivano gli effetti opposti, anarchia, disinibizione, deregolamentazione. Parola di cui ho abusato a lungo. Le ragazze in cortile sembravano bambine. Coetanee eppure. La condizione del troppo tardi era il mio tormento segreto, mi disturbava, impedendomi di buttarmi, fare la ragazza, prendere la vita com’era, l’età, la leggerezza. Avevo aperto la finestra che dal corridoio dava sul cortile della scuola. Avevo dimenticato di desiderare qualcosa. Mi pesava il tedio della vita che conducevo, la vita degli altri, creature meschine, provate.

Avevo sedici anni. Ed era già troppo tardi.  Avevo sollevato Massimo dalle sue overdose, mille volte. E questo era già aver visto tutto, abbastanza. Aver perso qualcosa, abbastanza. E avevo solo sedici anni.

Le ragazze ridevano. Il sole penetrava tra i capelli, pallido in quell’inverno del 1989. Accesi una sigaretta, qualcuno fumava erba, nel bagno dei ragazzi. Spensi il mozzicone sotto la suola degli stivali di pelle, strinsi la cintura in vita, magra come un giunco, i jeans cuciti sulle gambe ossute come Christiane Felscherinow.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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