“Non devi dire la verità”

Addosso alla Tomassini
“Non devi dire la verità”

 

di Nicola Adragna

Strano caso quello capitato a Veronica Tomassini, scrittrice molto prima che giornalista: ha messo il dito sulla piaga e si è fatta male lei. Ancora più strano perché l’impietoso quadro che la Tomassini ha tracciato di Siracusa sul “Fatto quotidiano” non è che l’ultimo sguardo sulla città – la sua peraltro –  dopo i libri e i tanti interventi che ha scritto, tutti rivolti a deprecare, meglio: a denunciare, lo stato di maliscenza in cui versa oggi la Siracusa prigioniera e preda della sua peggiore stagione. Le si sono rivoltati contro i siracusani benpensanti (artefici addirittura di una petizione indirizzata a Travaglio, con lo spirito di un tempo quando i loro antenati si accomunavano per denunciare al re il governatore) e gelosi di un’immagine edificante che continuano a custodire come chi tiene il parente morto nell’armadio: impassibili di fronte agli scandali che stanno travolgendo la vita politica, alla miserabile vita delle sue periferie così scollate e distanti, al crollo della qualità della vita, persino indifferenti all’atto di barbarie nei confronti di un vecchietto solitario bruciato vivo da altri siracusani, ma indignati per la verità così brutalmente gridata, quasi offesi e rabbiosi.
La Tomassini avrebbe dovuto usare, secondo l’opinione corrente, altre parole che non fossero pietre, un linguaggio politicamente corretto per esempio, per via di understatements e litoti, eufemismi e antifrasi. Avrebbe dovuto essere più giornalista, dando quindi notizie circa sviluppi della scellerata aggressione a un uomo solo, descrivendo Grottasanta e Mazzarona con il mezzo della ricognizione obiettiva. Invece ha voluto qualificare il proprio sguardo, caricandolo di un tono letterario che è apparso tanto soggettivo quanto bruciante e perciò inaccettabile. Per questo si è fatta male da sola, costretta poi a medicarsi cercando giustificazioni e dando spiegazioni della propria coscienza e del modo in cui ha visto la propria circostanza e quindi la propria città. Invece di unreportage ha steso un pamphlet e ha messo il proprio coraggio e la faccia in calce a un articolo che non è un servizio né una cronaca e neppure una nota di costume, ma una specie di orazione da cerimoniere funebre attorno alla città ischeletrita e miserabonda. Anziché chiedersi perché Siracusa è arrivata a diventare teatro di un episodio nefasto di assoluta e indicibile inciviltà per poi a uscirne indenne se non indifferente, la coscienza sporca della città alza il dito indice contro chi ha sollevato la questione e ha posto domande con l’atteggiamento di chi parli a voce alta tra rovine e macerie.
Alla scrittrice siracusana, che del ventre di Siracusa si è occupata con testardaggine per anni indagando tra le sue viscere come un aruspice, è toccata la sorte del tragediografo Frinico che Atene multò per avere messo in scena “La presa di Mileto”, una pagina di storia da non ricordare più perché evocatrice di una sventura degli ateniesi rei consapevoli di avere abbandonato la città nelle mani dei Persiani. La colpa della Tomassini, agli occhi dei suoi concittadini più permalosi e orgogliosi, è stata dunque di aver parlato in pubblico di una sventura e non tanto di aver ecceduto nell’uso del nero scrivendo il falso.
mazzarruna-1Di fronte a un atto di disumanità e di ignominia, qual è stato l’aver dato fuoco a una persona indifesa perseguitandola prima nell’indifferenza di tutti e stanandola infine in casa con mezzi propri di un Ku Klux Klan o Boko Aram, chi può stabilire un limite all’espressione di un moto di esecrazione e dolore pubblicamente celebrato? Nel paragone le parole tranchant della Tomassini sono state senz’altro poca cosa, certamente insufficienti a dire tutto l’orrore. Contro il quale né una fiaccolata né una lettera comune, né un manifesto si è visto.  Nè tantomeno un Consiglio comunale aperto o una Giunta addolorata. Il capro espiatorio è diventato chi, uscendo dalla folla muta, si è fatta avanti come in una tragedia greca per dire – letterariamente – che Siracusa, davvero la più bella città del Mediterraneo che dominò – deve trovare il coraggio di guardarsi in faccia e risorgere. Ma c’è chi pensa che i barbari non siano che degli impertinenti e che la colpa sia di chi li veda come mostri. Sappiamo com’è finita all’antica Roma. Ora è il turno della moderna Siracusa?

L’originale qui: http://www.eccellente.org/addosso-a-veronica-tomassini-non-deve-dire-la-verita/

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