Monthly Archives: November 2016

Era la nostra canzone

Ascoltavamo Tanita Tikaram, nella Renault 4 di Massimo. Era la canzone di Cetty che vibrava nella vecchia autoradio. I love you. Chiesi a Massimo, abbassando il volume, se poteva diventare la nostra canzone, non ne avevamo una. Lui era in fissa con Morrissey, era così lugubre e diafano e non c’era spazio per me in quel pop britannico diluito nella nostalgia fastidiosa dei senza carne. Massimo lo era, non c’era niente di definito persino nel suo corpo muliebre, il corpo acerbo di un ragazzo, provato dall’eroina, le sue ossa fragili foravano la pelle trasparente.  I love you poteva essere la nostra canzone. Era sera. Massimo aspettava il tipo con la roba, in macchina, dietro sedeva Romina con il walkman alle orecchie. Pioveva. Mazzarruna  era spettrale, uscita da una calamità. Eravamo cadaveri. Uomini sparuti affioravano sotto la luce dei pochi lampioni, una nuca china, di un uomo muto, le ragazze non c’erano a Mazzarruna in certe sere come quella. Solo io e Romina potevamo sopravvivere alla notte che scendeva sul mondo, a Mazzarruna scendeva sempre sul mondo ed era cattiva. I love you, cantavo. Massimo fumava, ogni tanto grattava l’avambraccio, stringeva le narici con le dita. Stava a rota. I love you. Lo guardavo aspettando che qualcosa giungesse anche per me. Ma vinceva lei, l’eroina. Che ingenuità tentare di contendere con lei.

Il tipo non arrivava, un paio di motorette ci giravano intorno, sopra i ragazzini del rione, baby pusher, pieni di anfetamine. Vendevano il fumo. Ma non era buono. Il fumo dei pezzenti. Poi finalmente arrivò la tregua per Massimo. Il tipo scese da un ‘Alfa, bianca come quella di Cetty. Scese, Massimo abbassò il finestrino. Lo scambio fu rapido. Tre pezzi da dieci. Replicò il solito rito mortale. Sfilò la cintura, tenendola con i denti. Cucchiaino nel cruscotto, il flaconcino di acqua distillata, il rito. Io cantavo. I love you. Romina dietro guardava un faro lontano, fuori, verso il mare, oltre le fabbriche. Non importava quanto grande fosse la sventura, quando accadeva, ed eravamo lì, in un punto esatto del deserto, soccombere era persino determinarsi. Esistere nel nostro modo maldestro di averla incontrata la vita,  qualsiasi cosa significasse.

Massimo ora dormiva. Forse ascoltava un suono misterioso che a noi sfuggiva. Massimo, dormi? Lui scuoteva la testa. I love you.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

Il senso di Magalli per il Calippo

Il sessismo sfugge a Magalli come un cammeo vintage. Possiamo perdonarlo in fondo,  noi donne che a ogni pié sospinto – se un tantino carine e con un pizzico di carriera davanti – dobbiamo difenderci da metafore da caserma, per autodeterminarci o peggio giustificarci di un traguardo raggiunto senza necessariamente esserci inginocchiate sotto un tavolo ovale. Mettiamola così. Metafore da caserma. Come quella battute caustica, stile magallese, che oggi il conduttore de I Fatti Vostri non ha proprio potuto conservare per sé. Durante la conversazione con Pippo Baudo, in un viaggio pacato nella storia della televisione (ah i signori come Baudo, ci mancano, oggi ancora di più), riferendo delle sue scoperte, nello specifico Lorella Cuccarini, Magalli chiosa: anche lei ha cominciato leccando un Calippo? No perché molte hanno cominciato così. Dice. Lo saprà lui, a questo punto. Mi chiedo: quanti uomini avranno fatto lo stesso, casomai? Non si ribadisce mai questa cosa qui, però. Cambia la sostanza? O fors’anche: gli uomini non hanno bisogno di leccare calippi. Le donne sì. Violento e sessista il fatto, vero o falso. L’assunto è violento, è ingiusto, è ignorante. Perché una donna – nell’immaginario collettivo maschile, negli ambienti che non ti aspetti, persino, ancora e malgrado i manifesti femministi, le ipocrisie delle battaglie per i diritti- è sempre una da tavolo ovale, una che deve inginocchiarsi, una che lecca calippi. Siamo uscite dalle docce dei film di Vanzina, dalle commedie anni ’70, volgari come un rutto, dove bellissime attrici erano solo tette da strizzare, depersonalizzate, fino alle giulive alla Drive In dei primi anni ’80. E non possiamo dire in risposta a Magalli: senta, lei, un calippo non l’ha mai leccato perché nessuno ha il fegato di chiederglielo. Sarebbe sessismo. Le donne non sono capaci di battute sessiste. E’ sessismo anche questo, precisare. Però, quando il mondo ci perdonerà veramente? A meno di diventare stronze come gli uomini quando sono stronzi, asessuate, con una colata di grigio al posto dei nostri capelli vezzosi e curati. Ecco signor Magalli, noi leccatrici di Calippo per solidarietà: la manderemmo volentieri in quel paese a cercare calippi di ogni dimensione. Ne faccia l’uso che crede, il più appropriato.

La mia condotta

“La mia condotta scorretta. Scelgo la brutalità. E ci sono veri signori che chiedono il permesso per accedere al mio universo scombinato. E direi è tutto inutile. La scrofa rotola nel suo fango. Un algoritmo mi fa incontrare ancora una volta una brano precario del mio destino, si metterà di traverso per un po’. Un uomo giovane e bellissimo. Non parliamo, non sappiamo come. Non riesco a dormire la notte. Lui me lo impedisce dall’altra parte del mondo. Mi chiama con le applicazioni malvagie. Perché tu vedi e non lo puoi avere. Lui chiede cose innominabili. E’ fatto di cocaina. Tira su col naso continuamente. Mi supplica non so cosa, in ginocchio, in quella lingua oscura. E’ in mutande. Lo guardo e penso con pietà alla nostra miseria, al desiderio che ci rende prossimi all’errore. A me interessa l’uomo nel momento in cui cade. E la mia natura, la mia natura non si redime. Sono un legno storto, la causa della mia infelicità. Ma non lo è. E’ inquietudine, il tarlo della scrittura, ancora lei”.

Cercava Dio negli abissi

  • a Enzo Maiorca

 

E’ morto ieri mattina all’alba.  Il giorno si è annunciato con un anticipo di inverno siciliano, mite e illuminato. Una domenica irrorata da una strana pace, scelta dal buon Dio per il Requiem di Enzo Maiorca, mentre la città ha ancora le bignonie sul davanzale e il mare è azzurro e fermissimo oltre i tetti della sua casa.

Era invincibile, l’uomo del blood shift, una teoria che lo scienziato Fraser studiò apposta per lui. Difficile tradurre il misticismo che si realizzava ogni volta, le sue erano immersioni liturgiche. Cercava Dio, lo aveva trovato, disse un giorno, nelle lontananze turchine, in un basco calcareo sopra cui poggiavano distese di poseidonie, nell’infinitamente piccolo. Lo aveva trovato. Fraser provò a spiegare l’intraducibile. Lo scivolamento ematico, dedusse ragionevolmente, ma restava un mistero: dalle estremità del suo corpo, il sangue pulsava verso il cuore, i polmoni. Cos’era realmente quell’uomo? Il fenomeno diventava uno scudo in grado di proteggerlo dalla pressione idrostatica, inarrestabile come un tank, lui scendeva negli abissi, superava una specie di mostro di metallo, tale era la pressione per violenza, scendeva giù giù, fino ai 101 metri, a 57 anni, era il 1988. L’uomo dei record. Delle apnee. Erano solo metafore liturgiche. Restituivano indizi di eternità. SUB: MAIORCA; I PRIMI 80 ANNI DEL RE DEGLI ABISSI / SPECIALE

 

Accadde quel giorno, a 20 metri di profondità, a largo dello Ionio, a nord di Siracusa. La grotta del sole. Sotto il mare. Il sole la conquistava con una tenacia commovente, perforando con i coni di luce il tetto della caverna, nei due fori frastagliati. La luce piombava nel buio. L’uomo in apnea gravitava nel miracolo segreto, malgrado non si sentisse affatto un uomo straordinario. Si compiva l’inaccessibile davanti a lui. Eppure:  “Il supereroe – osservava – soffre, volando di vetta in vetta”. E lui, allora? Lui,  cos’era? Giovane e possente uomo di mare, poggiò il suo fucile da sub, per sempre, la volta in cui sentì nel suo palmo il cuore di una cernia battere impazzito per la paura. Era il mare della riserva del Plemmirio, a sud della città di Siracusa. Era in atto una contesa, il cacciatore e la sua preda. Poi si accorse di questo cuoricino, che batteva disordinatamente, poteva persino immaginarlo caldo e trepidante. Così lasciò il suo fucile, tese il suo braccio, aiutò la creaturina a liberarsi dalla cattività dell’anfratto e la lasciò andare. Era salva.

In barca con la figlia, gli venne in soccorso un miracolo ancora. A largo del Porto Grande, un delfino agitato lambiva la piccola barchetta. Si tuffarono lui e Patrizia, la figlia, lo seguirono a quindici metri sotto la superficie, notando appena un delfino avvinghiato nella trappola mortale della rete, le chiamano le “spadare”, gogne senza scampo. Liberarono il delfino e come barellieri lo condussero in cima. Il delfino sbuffava, tremava, poi diede alla luce, in cima, un piccolo esemplare. Era la compagna che avevano liberato, la mamma, e quello era il figlioletto, e il padre si era adoperato con tutta la disperazione di un padre, di un compagno, e aveva incontrato l’uomo dei record. Ed erano vivi. Sono miracoli. Cercava Dio, lo ha raggiunto in una domenica molto dolce di fine autunno. Ha raggiunto la secondogenita, Rossana.  Qualcuno racconta che sia morta in piedi. La statua della figlia adesso riposa nei fondali del mare del Plemmirio. Due anni fa, il corpo di un ragazzino, annegato in quel mare, lo ritrovarono proprio accanto a lei. C’è un linguaggio segreto che coglieva quest’uomo, e tutto si svolgeva negli abissi, dove cercava Dio, e lo trovava.

 

L’originale è uscito nelle pagine de Il Fatto Quotidiano – edizione di lunedì 14 novembre 2016

Qui il link: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/maiorca-cercava-dio-negli-abissi-e-a-volte-lha-trovato/

ancora dal romanzo

Il pomeriggio, studiavo Dante. E mi appassionavo davvero, riuscivo a memorizzare le terzine con una ostinata facilità, malgrado la confusione nella mia testa, obnubilata dal fumo. Frequentavo scuola con incostanza, eppure mi piaceva studiare, ero fatta per i libri, per il mio scrittoio, dove guardavo in fila i libri che avevo amato. Piccole Donne, I ragazzi della via Paal, poi i romanzi e gli autori della deregolamentazione Henry Miller, Anaïs Nin.

Il mio immaginario sentimentale era privo di cronologia, disordinato similmente al mio modo di raggiungere le cose, il mondo, di vederlo questo mondo nella costipata prospettiva di un cortile, un verano, casa di Romina. In classe ero desta soltanto durante le ore di letteratura o di filosofia. Poi dormicchiavo, all’ultimo banco, ascoltando di tanto tanto il vivace bisbigliare delle compagne, mi coglieva da lontano, dalla terra dei vivi. Un luogo che avevo abbandonato, la terra dei vivi. Le compagne parlavano del ragazzo carino dell’ultimo anno, della serata in un pub, il compleanno della più stronza della scuola. E c’è una canzone di Venditti che oggi più che mai riassume quel tempo, leggero e vacuo, e che frequentai troppo poco. Gli anni del liceo, prima di finire nella tomba di Mazzarruna. Dormicchiavo perché ero già fuori dal giro che contava, medesime dinamiche di classe riconducibili alla natura risentita del genere umano, che contro ogni previsione esita davanti a una porta e se può e meglio la chiude. E io ero fuori. Bruciata, una di Mazzarruna, una che stava con i tossici, una che forse lo era. No, no, non lo ero. Per viltà. E avrei dovuto invece per una questione di affiliazione, eravamo una loggia di sbandati, ero l’alternativa colta, il parto cieco, quella riuscita male, il corpo estraneo, ossuta distratta. Tutto sommato non avevo l’aria della personcina istruita, al contrario, davo l’idea di una sciocca, parlavo come una bambina, una mai cresciuta. Mentre una saggezza vecchissima si dibatteva nel mio animo, torturava i miei pensieri, batteva nelle tempie, come la musica house di quegli anni.

Sedevo sul colle, un pomeriggio. Tirai fuori il mio libro, leggevo ad alta voce, controllando la dizione, come una maestrina. Era un desiderio allora, volevo fare la maestra, non lo dissi mai ai compagni, avrebbero certamente riso di me. Io ero quella delle parole ridicole e troppo lunghe. Leggevo Moravia, sottratto alla libreria di mio padre. Leggevo con la mia voce incerta attenta che le vocali non sfuggissero troppo aperte. “(…)*Le venne allora in mente di aggiungere alla nudità e all’attitudine abbattuta un gesto significativo e le parve che dovesse essere falso e sentimentale in modo da non lasciare dubbi sull’abiezione del suo carattere(…)”. E mi veniva in mente Cetty, ogni volta che leggevo dell’Andreina di Moravia. Falso e sentimentale: era il suo modo di meritarsi gli uomini. Io non li meritavo mai. Per questo invidiavo Cetty. Oltre il sicomoro, vedevo avanzare Massimo, Romina, Alfredo. Romina era fiera e spavalda. Esibiva l’austerità del capo che sa farsi rispettare non so per quale dei terrori esercitati. Quando sopraggiunsero, Massimo mi sembrò allegro, mentirò affermando che lo era per me. Era solo induzione chimica. Erano solo anfetamine.

*”Le ambizioni sbagliate” di Alberto Moravia pag.311, Garzanti, 1973

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

C. era morta

Molti anni dopo, lasciate le case alla memoria più miserevole, di colpo, un giorno, vi tornai, col pensiero. E fu così violento, un viaggio verso quel deserto che non volevo smettere di dimenticare, ma che mi svegliava la notte. Il terrore della luce ottusa che precipitava nello strapiombo, il mare che si agitava in gorghi di corrente, il nero verso l’orizzonte, il sicomoro che ondeggiava lontano, il glicine. Ero di nuovo alle case. Era un tempo maledetto.

Ero già adulta quando vidi sul muro di una via centrale il necrologio di Cetty. Morta di cancro. Era sopravvissuta alle overdose, aveva la sua bella macchina, i suoi vestiti da atelier. Era eccessiva, e ne eravamo tutti innamorati, ognuno con le proprie ragioni. Era morta di un’altra cosa. Così come la luce piombava verso il vuoto, io precipitai ugualmente. Tutto tornava, il profumo di quella vita che non se ne voleva andare, che desideravo cacciare nella più angusta delle prigioni, nell’oblio. E non accadeva mai. Mi sono seduta quel giorno. Chiusi gli occhi, desiderando di finirla una volta per tutte. Finirla. Allora ho capito quanto terribilmente fossi ancora avvinghiata ai fatti passati, una catena che serrava ogni mio giorno, la memoria, inoculando la sua dose di veleno. Avevo invidiato quella donna per anni. Avrei voluto fare l’accompagnatrice, imparare a bere come lei, vestirmi come lei, andare con gli uomini come lei. E invece finiva così, le nostre ossessioni ci franano addosso irreparabilmente senza che qualcuno le esaurisca per noi, con il finale giusto, il parossismo adeguato.

Ero adulta e avevo già perso tutto. Tanto magro e severo mi apparve il mio destino. Lo dovevo chiamare castigo. Lo era. Come quel giorno che vidi Massimo allontanarsi, con i suoi passi lenti, sulle gambe lunghe e ossute. E sarebbe stata l’ultima volta. Dovevano avvertirmi, che ogni volta avrei perso. Ogni volta.

“Massimo!” lo chiamai, urlando.

Lui sì girò.

“Massimo, un giorno mi amerai?”.

Lui disse sì. Sorrideva.

(continua)

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Parente come Wilde? Anzi no

Massimiliano Parente si scopre biblista al Caffè di Unomattina. Si improvvisa biblista. E’ una domanda. Ispira tenerezza, prova a caricare di significati razionali e circostanziati le sue bestemmie, qualcuno può persino chiamarli meteorismi letterari, cioè per carità sono provocazioni di un intellettuale. Anzi no: Parente sconfessa questa possibilità. Allora che sono? I siciliani usano un termine sofisticato:  minchiate. Per dire: piccolezze. “Il crollo delle chiese però è divertente”, scriveva Parente nel suo profilo facebook  giorni fa. A Unomattina si mostra così stoico e coraggioso, teme che gli vogliano fare la pelle, i terribili inquisitori, lui si sente un po’ Giordano Bruno o addirittura Oscar Wilde. A tratti va bene pure Nietzsche. Si eccita nelle sue inesattezze, consapevole di poterne sparare di grosse, sempre di più e chi lo ferma? Nemmeno chi lucidamente, con molta pazienza, potrebbe suggerirgli la strada, puoi uscirne Parente, è un tunnel, ma puoi uscirne. Testardo, continua a dimostrare visioni parziali nelle sue conoscenze, sono molto funzionali ai suoi ruttini da cinico dei salotti. Ma Wilde poi ha scritto La ballata del carcere di Reading. Parente “Il vero cafone” in tandem con Vittorio Feltri. Titolo profetico. Trovate voi le differenze. Parente non ha nessuna intenzione di precipitare negli abissi. La verità per Parente  è un baro da usare all’occorrenza, tutto ci può stare. D’altronde le sue difese d’ufficio – organizzate da sé medesimo – qualche volta procurano imbarazzo.  Il critico Stefano Gallerani – a Unomattina – era il controcanto su cui andavano a sbattere le schegge ignoranti di un autore che sembrava soltanto miope e confuso. Da salvare, insomma. Va bene lo stesso. Basta che se ne parli. Chi può misurarsi con lui? Quanta cafonaggine occorrerà per superarlo? Alessandro Sallusti ha dovuto ammettere la stupidità in cui è rovinato lo scrittore. Lo ha fatto con un tweet, pubblicamente. Feltri prende le distanze, ma deve tenere il suo nome in copertina con quello del cinico da salotto. Anche se il nome di Parente giace piccolissimo sotto al Feltri del giornalismo. Dice Feltri, alzando le spalle, “mica è mio marito?”.  Però il libro lo presentano insieme a Milano. La coerenza.

Le promesse: Parente pare abbia promesso di non presentare i suoi libri. E’ una posa irriverente? Avvertici, casomai ci alziamo tutti in piedi. E invece macché. Li presenta eccome i suoi libri. Allora che promessa è?

Lo presenta con Feltri, dicevamo, il 20 novembre a Milano, “Il vero cafone”. Niente di personale. C’è chi – seguendo i suoi post provocatori da cinico dei salotti – al riparo di una tenda di terremotato, vorrebbe andarci apposta a Milano, a dire due cosette al coraggioso Giordano Bruno de noantri. Lasciamo che tutto vada, e se un giorno lo scalpo affiorerà lungo il corso del fiume, ignoriamolo: non è lo scalpo di Parente.

merda

Il libro che Parente presenterà con Feltri a Milano