La nostra giovinezza tradita

Tornavamo a casa che era notte. Lasciavamo una grande ruota girare, un tripudio minimo di avventori alle bancarelle, gli schiamazzi ritardati dei bambini, le urla dalle finestre dei condomini popolari. Riflettevamo, entrambe, io e Romina, sul senso di una giovinezza tradita. Non in questi termini, non avanzavamo dentro strani discorsi, soltanto dicevamo l’una all’altra quanto pesante il tempo fosse o sulla perdita delle piccole miserie elevate a certezze, un lavoro in un bar, le mani rovinate dai detersivi, il sigillo di un’occupazione che equivaleva ad avere qualcosa comunque. Piccole miserie. La nostra giovinezza tradita. Cetty sapeva come fare, usava gli uomini in un certo senso, sapeva farsi amare e mantenere. Era bella, la sua pelle lunare splendeva e non aveva i butteri che procurava l’eroina. La sua pelle era bianca e luminosa, era un prodigio. Massimo ci seguiva, un randagio malandato, dentro il suo trip. Le case erano cupe, lumini traballanti accompagnavano le voci, il che significava che evidentemente al loro interno vigeva una qualche forma di umanità. Ne facevo parte, contaminata nella mestizia. I miei amici lo erano parte. Massimo, il mio povero sfortunato amore, non pensava che come procurarsi il quartino, racimolando, anche in una fase di automatismo, la medesima cifra: cinquantamila lire. Aveva i giorni contati. L’eroina faceva a gioco con la sua esistenza, sfogliando petalo dopo petalo ogni opportunità come fosse una margherita, ma nera, mai vista così nera. Romina aveva un fidanzato brutto e taciturno, ma non si faceva. Ed era già tanto. Potevano sposarsi anche solo per questa ragione. Odiavo il luogo dove vivevo, sapevo che non me ne sarei mai liberata veramente, un castigo a cui dover promettere fedeltà. Odiavo la mia città. La sua gente. Era così, cominciai allora, coltivando la mia spaventosa solitudine. Pericolosa solitudine, sguarnita di sentimento, accecata dalla luce dei giorni di Mazzarruna, luce senza gaudio, violenta e in grado di trascinare i timidi tentativi di rivalsa verso  il ceppo e il precipizio, similmente a condannati a morte. Oggi, a distanza di anni, continuo a fremere, a tremare la notte, quando rincontro tutti gli assenti. La voce si ferma in gola, così soffoco, devo svegliarmi. Mi sveglio. Apro gli occhi e li fisso nel buio. E rivedo Romina, i suoi riccioli, il suo sorriso da dura. Romina. Con la sua idea del mondo. Rudimentale e commovente. Ci completavamo, la mia viltà che gli altri chiamavano debolezza e la sua forza che gli altri chiamavano cattiveria intesa come cinismo. Cinismo non era una parola in uso a Mazzarruna. Il cinismo nella sua colta retrospettiva lo avrei riconosciuto solo più tardi, lontano da loro, dai miei amici, semplici nella loro corruttibilità. Nessuno sarà mai da meno. Restavano assisi come immagioni stolte di colpe non consumate. Questo ricordo di loro. E Massimo, Massimo per me era l’amore.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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