Cercava Dio negli abissi

  • a Enzo Maiorca

 

E’ morto ieri mattina all’alba.  Il giorno si è annunciato con un anticipo di inverno siciliano, mite e illuminato. Una domenica irrorata da una strana pace, scelta dal buon Dio per il Requiem di Enzo Maiorca, mentre la città ha ancora le bignonie sul davanzale e il mare è azzurro e fermissimo oltre i tetti della sua casa.

Era invincibile, l’uomo del blood shift, una teoria che lo scienziato Fraser studiò apposta per lui. Difficile tradurre il misticismo che si realizzava ogni volta, le sue erano immersioni liturgiche. Cercava Dio, lo aveva trovato, disse un giorno, nelle lontananze turchine, in un basco calcareo sopra cui poggiavano distese di poseidonie, nell’infinitamente piccolo. Lo aveva trovato. Fraser provò a spiegare l’intraducibile. Lo scivolamento ematico, dedusse ragionevolmente, ma restava un mistero: dalle estremità del suo corpo, il sangue pulsava verso il cuore, i polmoni. Cos’era realmente quell’uomo? Il fenomeno diventava uno scudo in grado di proteggerlo dalla pressione idrostatica, inarrestabile come un tank, lui scendeva negli abissi, superava una specie di mostro di metallo, tale era la pressione per violenza, scendeva giù giù, fino ai 101 metri, a 57 anni, era il 1988. L’uomo dei record. Delle apnee. Erano solo metafore liturgiche. Restituivano indizi di eternità. SUB: MAIORCA; I PRIMI 80 ANNI DEL RE DEGLI ABISSI / SPECIALE

 

Accadde quel giorno, a 20 metri di profondità, a largo dello Ionio, a nord di Siracusa. La grotta del sole. Sotto il mare. Il sole la conquistava con una tenacia commovente, perforando con i coni di luce il tetto della caverna, nei due fori frastagliati. La luce piombava nel buio. L’uomo in apnea gravitava nel miracolo segreto, malgrado non si sentisse affatto un uomo straordinario. Si compiva l’inaccessibile davanti a lui. Eppure:  “Il supereroe – osservava – soffre, volando di vetta in vetta”. E lui, allora? Lui,  cos’era? Giovane e possente uomo di mare, poggiò il suo fucile da sub, per sempre, la volta in cui sentì nel suo palmo il cuore di una cernia battere impazzito per la paura. Era il mare della riserva del Plemmirio, a sud della città di Siracusa. Era in atto una contesa, il cacciatore e la sua preda. Poi si accorse di questo cuoricino, che batteva disordinatamente, poteva persino immaginarlo caldo e trepidante. Così lasciò il suo fucile, tese il suo braccio, aiutò la creaturina a liberarsi dalla cattività dell’anfratto e la lasciò andare. Era salva.

In barca con la figlia, gli venne in soccorso un miracolo ancora. A largo del Porto Grande, un delfino agitato lambiva la piccola barchetta. Si tuffarono lui e Patrizia, la figlia, lo seguirono a quindici metri sotto la superficie, notando appena un delfino avvinghiato nella trappola mortale della rete, le chiamano le “spadare”, gogne senza scampo. Liberarono il delfino e come barellieri lo condussero in cima. Il delfino sbuffava, tremava, poi diede alla luce, in cima, un piccolo esemplare. Era la compagna che avevano liberato, la mamma, e quello era il figlioletto, e il padre si era adoperato con tutta la disperazione di un padre, di un compagno, e aveva incontrato l’uomo dei record. Ed erano vivi. Sono miracoli. Cercava Dio, lo ha raggiunto in una domenica molto dolce di fine autunno. Ha raggiunto la secondogenita, Rossana.  Qualcuno racconta che sia morta in piedi. La statua della figlia adesso riposa nei fondali del mare del Plemmirio. Due anni fa, il corpo di un ragazzino, annegato in quel mare, lo ritrovarono proprio accanto a lei. C’è un linguaggio segreto che coglieva quest’uomo, e tutto si svolgeva negli abissi, dove cercava Dio, e lo trovava.

 

L’originale è uscito nelle pagine de Il Fatto Quotidiano – edizione di lunedì 14 novembre 2016

Qui il link: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/maiorca-cercava-dio-negli-abissi-e-a-volte-lha-trovato/

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