Monthly Archives: December 2016

oltre le siepi (dal romanzo in progress)

Il pomeriggio era umido e freddo alle case. I treni attraversavano la galleria, lasciandoci in virtù un gemito denso di attese, qualcosa che attenesse al futuro, al dopo, alla vita che smaccatamente abbandonava la sua blanda germinazione in quel luogo di castigo. Alle case era sempre un sonno minaccioso a ingannare lo sguardo. Le luci non erano mai abbastanza prestanti per destarci e se riuscivano diventavano buio, notte, pece. La galleria alla fine dei binari segnava il confine verso un mondo nuovo, generoso. Era l’immagine che mi consolava in fondo, alla fine della giornata, mi toglieva dalle spalle magre e aguzze i pesi della mia inutile sostanza. Procedevo come tutti gli automi alle case, procedevo al buio, o chiudendo le palpebre per difendermi dalla volgarità. Perché questo vedevo, questo era per me. Non c’era l’indulgenza del giusto che riflettesse e osservasse la rovina degli altri, il palpito del perdono, il macero in cui affonda i suoi passi incerti. Oltre le siepi e il sicomoro, scivolando giù verso il mare, lungo la brumosa parete di argilla, fino alla rada e ai ghiaioni sulla punta estrema della rena invernale, era solo un sonno ingannevole, il buio, la pece.15032170_10209474056761410_5852755268606166705_n

Fumavo considerando la galleria, il confine verso il mondo nuovo e generoso. Non sentivo nemmeno Massimo alle mie spalle. Forse mi guardava? Guardava il mio profilo, timido e insicuro per guardare i miei occhi o pigro e avvilente per amarmi una volta tanto. Massimo era mesto più degli altri giorni. Avevamo saputo della morte di un tale. Un ragazzo. Aveva provato la roba, se n’era fatta troppa. Si era chiuso in bagno. La madre lo chiamava. Lui dava di stomaco. E’ morto così. Questo mi ricordo. Massimo non piangeva mai. Anestetizzato a tutti i lutti, tolto quello di suo padre, e il suo stesso, protratto con indolenza fino a consumarlo davvero. Mi girai e lo trovai a guardarmi, gli occhi lucidi, le pupille strette come la testa di uno spillo. Che ore sono? Chiesi. Lui rispose metodicamente, il tono basso, rauco. Sono le sei. Oltre le siepi e i rami del sicomoro si spargeva la notte, la pece.  Sono le sei e non ci siamo dati nemmeno un bacio. Dissi. Lo abbracciai, lui tremava. Era il suo costato breve a commuovermi. La camicia bianca sottile non bastava a proteggerlo dal freddo. Ma tremava per la rota. Non per il freddo. Non per me. Poi di colpo dissi: ti salverò. Mi fissava serio. Sorrise. Era così strano vederlo sorridere. Quando sorrideva, Mazzarrona splendeva, oltre la siepe, il sicomoro, si spargeva la luce. Così ci baciammo e per un secondo avevamo raggiunto il confine, la galleria, il treno senza i gemiti simili a un lascito dispettoso. Noi eravamo dentro finalmente qualcosa di buono. L’amore era qualcosa di buono.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

Capodanno

Era Capodanno. In un’Alfa rossa fiammante tornavo a casa. Massimo dormiva sulle mie gambe. Guidava Cetty, abbastanza desta per farlo, accanto c’era Romina che invece era proprio fuori, ubriaca da fare schifo. Conoscevo Massimo da qualche giorno, me lo aveva presentato Romina. Lo chiamavano “u picciriddu”, alle case, in dialetto, il bambino, per questa sua pelle diafana, la tendenza alla timidezza, il suo commovente mutismo. Sembrava un bambino. Aveva un viso molto bello e malinconico, lasciava già presagire il futuro breve, la sua precoce morte. Il veglione di fine anno era una festa free, un gran casino, alcol, droga. C’era molta gente. Mi piacevano queste feste. Romina l’avevo persa appena entrata, la trovai prima di andare via, distesa per lungo, nel bagno delle ragazze. Mi ero vestita con cura quella sera, sapevo di incontrare quel giovane che mi pareva avessi amato subito, al primo sguardo. Non potevo dirlo, alle case, nessuno credeva a certe cose. L’amore. Sentimentalismi. Invece ci credevamo tutti segretamente e ascoltavamo in cuffia Eros Ramazzotti. veronica4Indossavo un tubino nero, scarpe nere lucide e molto alte, un pellicciotto viola sulle spalle, l’aria gotica e fasulla che preferivo come la mia maschera migliore. Ero bella per Massimo, non aspettavo che un suo bacio. Avevo paura, ma non aspettavo altro. Lui mi vide, ma era assente, era fatto. Rimasi il resto della notte a fumare, seduta al riparo di un parco, infreddolita e delusa. Il bacio me lo diede in macchina, poi si addormentò sulle mie gambe. A me bastava. Mi è sempre bastato il preludio di qualcosa, l’anticipo di una qualche felicità, più che la felicità per intero. L’aria era grumosa, umida, di un bianco ceruleo. Il sole era sorto dietro le nuvole, avrebbe piovuto il primo dell’anno. E io ero innamorata.  Oggi ne parlo, è tutto finito, la gente sparisce, mai esistita. Sono polvere, qualcuno è rimasto. Saranno estranei, non li riconoscerei nemmeno. Forse Romina. Non rimane nulla, nemmeno l’ombra di un sussulto. Ed è la vanità del tutto a opprimermi, oggi più di allora. A cosa è servito? Sono domande sciocche. Sto solo ricordando.

(continua)

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piccole strade

Erano piccole strade senza aperture in fondo. Piccole strade, verso orizzonti angusti. Era il mio mondo, lo avevo scelto, ci ero finita dentro. Arrivai alla maturità e la superai non so in virtù di quale fortunate circostanze. Uscii dal liceo senza troppo clamore, senza che meritassi almeno una mostrina per l’impegno, lo studio, la costanza. Ma siamo già un passo più avanti. Non temo di riferire che la mia solitudine – severa e irrevocabile –  cominciò a governarmi allora, cominciai allora a costruirne i recinti, collocandoli opportunamente perché mi opprimessero abbastanza. Cosa stavo nutrendo? Di quale assenza rivendicavo la sostanza? Di quale indugio? La noia calava sulle case, puntuale, a mezzogiorno in special modo, quando la luce era ottusa, la polvere sollevava piccoli vortici, i cardi rintuzzavano le cime verso il mare, movendosi con impaccio, e le nubi della condensa si concentravano nell’unico margine oltre le torrette fumanti, dentro il vapore sonnolento del maestrale. Mazzarrona era un deserto. La mia giovinezza era un deserto. Lo ripeto oggi sillabando, quasi fossi stata folgorata da un sostantivo definitivo. Una rivelazione, esplosa di colpo nelle mie mani, mentre a tentoni cercavo, tra le cose, i significati segreti del tempo. Dentro le cose, riposano i significati segreti del tempo. A volte sono in attesa di noi.

Romina aveva litigato col fidanzato, brutto e segaligno. Io avevo esultato: finalmente! Lei mi guardava seria, poi rideva, con un bel suono maturo e rauco. “Era brutto per te!”. E ridevamo. Ridevo anch’io. Romina era proprio diversa da me. E per questo la cercavo. Mi piaceva lei. Quando andavamo alle feste finiva a botte sempre con qualcuno, ubriache inciampavamo al centro della pista, in un caos volgare eppur pieno di vita. Lei era piena di vita. La riconoscevo al di sopra di tutti, aveva talmente tanta vita dietro di sé, la più cattiva. Noi dovevamo solo seguirla, lei era capace più di noi. Questo per me era Romina. Era un’amica. Una delle poche che quando tornano alla mente mi commuovono davvero, attraversando la bruma della mia anaffettività. Oggi lo sono diventata. O piuttosto è una scissione autistica. Il paravento dietro cui ho accumulato  i vari sorry, scusate, è troppo tardi. il rione

Massimo era in ospedale sempre più spesso. Ricoveri coatti. Solo per salvarlo dalle overdose. Meglio matto, imbottito di Narcan, di Roipnol, Dalmadrom, che nel sonno ingannevole dell’eroina.

Lo aspettavo ai portici, contando i giorni del suo ricovero. Prima o poi lo dimetteranno e saremo felici, lui sarà vivo. Saremo felici. Nell’attesa ascoltavo la sua musica, con le cuffie alle orecchie. Gli Smiths. Gli Smiths erano Massimo. Come quel profumo di vetiver, se lo sento oggi mi si ferma il cuore. Massimo, quando mi amerai?

(continua)

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scabrosità

Moussa tiene ancora la mia foto nel suo profilo. Non l’ho autorizzato, ma chi se ne importa. Spio i commenti. E’ passato un anno. Capisco solo jolie. Poi è tutto in wolof. Non c’è più nulla tra noi. Però a proposito di uomini, di scabrosità, di diseducazione: con me il pudore non va bene. Ad avere le mani da signorina ci penso già io. Lui ne aveva in giusta misura, ma era una posa, perché poi al primo appuntamento se n’è venuto sui pantaloni, e mi aveva solo baciato. Tra la gente che passava, il terrore degli altri che per Moussa erano tutti bianchi. Bianchi da apartheid. Così ho sorriso. Mi aveva preso sulle scale, di colpo, serrata la vita, bloccata. Era eccitato, ma controllava ogni gesto.

verIo mi aspetto questo da un uomo. Lo deve fare per me. Leggete pure le mie scabrosità. E’ la vita. Incontrerò sempre uomini così? Moussa l’ho lasciato perché non avrei mai potuto accettare di rinunciare alla scrittura e forse lavorare sul serio. Secondo lui avrei dovuto scrivere la sera, il giorno vendere con lui o non so cosa. No, non credo sia finita per questo, è finita e basta. Non puoi fermare il fiume, quando arriva o va via qualcosa, quel miracolo, non puoi farci nulla. Devi esercitare la virtù della pazienza, nella graticola. Accettare, accettare, ripetere mille volte: accettare. Adesso mi accade di nuovo e devo accettare. Ed è sempre scabroso, inopportuno. E l’uomo che non fa per me, mi organizzo per soffrire del prossimo fallimento. Mi offro, mi ha scritto ieri una donna, una specie di sacrificio, ha intercettato i pensieri di questi giorni. E’ troppo affermare che il sacrificio me lo chiede la scrittura? La scrittura ti toglie tutto e lo restituisce agli altri. E gli altri mi ameranno solo attraverso di lei. L’uomo che ho conosciuto non ha pudore. Fa quel che vuole, non ha decoro. E’ ignobile. Cocainomane. Fuori di testa. Tutto qui. E vive dall’altra parte del mondo. Potrebbe essere mio figlio. Non ci incontreremo mai.

La formazione della scrittrice

(…)Ho un problema serio con la noia. La noia è tutto, sono le scritte in treno che ho imparato a memoria. It’s dangerous to lean out. Ne pas se pencher au dehors. Nicht Inauslehnen. La scrittura erano i viaggi in treno, dodici ore di tedio, spiando le bicocche dei mezzadri sopra colli estranei, la tristezza delle case cantoniere, i paesaggi che sfuggivano indolenti, miseri, luoghi inauditi, rivelati dal ritmo monotono delle rotaie, dall’odore che emana tutto intorno il viaggio, la pelle della carrozza, il brusio ottuso degli altri, la nausea. Le luci finte, le letture apprese, rubate dai grandi, i diari maledetti, Christiane Felscherinow, l’eroina, parole da grandi. Io non lo ero, però non lo sono diventata mai. Mi sembrava già da allora, avevo pochi anni, otto nove, che la vita mi si fosse presentata tutta intera, subito, con il suo afrore, i suoi cattivi maestri, le retrovie, i suoi indicibili camminanti, piccoli luridi uomini, indeboliti dalle passioni e dai vizi, che poi chiamai abiezioni e poi persino virtù neglette capaci di contagiare pulsioni grandiose o una certa nobiltà. Conoscevo le canzoni di De André a memoria. Oggi dico che quelle canzoni erano salmi, per questo precipitavo, non so come spiegare, erano abissi in cui gettarsi, abissi dello spirito. Cantavo la Ballata del Miché con lo zio, in auto, mentre raggiungevamo i nonni a Terni, tornando dai parenti nelle campagne di Lugnano. Anche il fuoco che crepitava, nel camino di zia Norina, il pranzo con la cacciagione, il ritorno con lo zio e il mangianastri con le canzoni di De André era la scrittura che si metteva di traverso tra me e le cose. Oppure cantavamo Roma Nuda o ascoltavamo assorti la storia del travestito di Califano, ridevamo alla fine dell’identica romanità dentro cui riconoscevo una qualche recondita somiglianza, che forse apparteneva a mio padre, non saprei. Era una specie di ritorno a casa. Il mio ritorno maestoso non si è ancora compiuto. Devo tornare a casa.veron

Christiane F. mi ha rovinato la vita. No, Christiane F. ha cambiato le carte in tavola, poteva lasciarle dov’erano. Sì, dov’erano? Avevo nove anni. Era Natale. A Natale succede sempre tutto, le conversioni a volte sono irrevocabili partenze, viaggi del pellegrino, lutti, gas di scarico, pullman carichi di valigie vuote e tradimenti. A Natale, lo spirito irrorato – dopo la sua ora – riesce a risorgere, nei suoi tempi, quando le stagioni lo accoglieranno, predestinate. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo, lo dico anch’io, l’ho scritto. Christiane l’ho incontrata in un diario, era il 1982. Avevo nove anni ed era Natale. E’ un passaggio che racconto nel mio prossimo romanzo. Sarà utile? Oppure: chissenfrega? Insomma, avevo nove anni, ero in centro, a Terni, con i miei genitori e lo zio con il quale cantavamo De André. La mia scrittura è stata De André e anche lo zio e tutte le sollecitazioni e la pazienza e il mio inglese perfetto di allora. Che ho giustamente dimenticato, fino a regredire ad un livello scolastico. Dovrei aggiungere una bella risata con quale ridicola emoticon scegliete voi, giacché nel frattempo il mondo è cambiato, e si comunica in formato balloon. Tutte le volte che attraversavamo il centro, mi fermavo davanti la stessa vetrina, era una libreria. Fino a che non ci sono entrata, proprio quel giorno, sfuggendo al controllo di mio padre e di mia madre che vennero a cercarmi, pallidi, quindi acceriti, quindi abbastanza arrabbiati, trovandomi china, con un libricino giallo tra le mani. Era un diario per l’appunto. Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Piccole feritoie per l’inferno. Pagina dopo pagina, precipitavo ancora una volta, non dentro un salmo di De André. Quel diario l’ho imparato a memoria, letto e riletto negli anni, convinsi la mia prof di italiano durante le scuole medie perché potessi leggerlo alla classe, ai compagni. Qualcuno si addormentava sulla mia voce che era quella di Christiane. Alla mia amichetta R. piaceva moltissimo la mia voce.

R. è finita in un brutto giro, fu un’eroinomane. Non è morta. Non posso sentirmi responsabile, abbiate pazienza. Chi ha amato Christiane ha avuto una vita strana. La compagnetta di banco A. invece non si è fatta, ha conosciuto un tizio a vent’anni, le è morto di overdose tra le braccia. Su di me, lascerei perdere, sono indifendibile, è una storia lunga, davvero.

Ad ogni modo, leggevo Christiane agli altri, mentre con mia cugina giocavo ai drogati, o agli zingari, avevo imparato non solo l’inglese, le canzoni di De André, adesso anche il gusto di avanzare contro, diversamente da, di infrangere, essere a parte o non esserlo affatto orgogliosamente. Tutti sinonimi della medesima passione: deregolamentare o altrimenti scrivere. Quest’ultima soluzione l’ho realizzata in seguito. Gli zingari erano un concetto ameno, legato alla paura che mi incutevano i giostrai, secondo me facevano una puzza terrificante, erano incubi, quella puzza era un incubo, per giunta mai verificata. Ho conosciuto i rom da adulta, non erano i giostrai della mia infanzia, sono entrata nelle loro baracche. I rom erano la mia scrittura e la paura degli zingari. Zingari è un termine che non piace ai rom: gli zingari non sono rom, non esistono. Ci sono rom sinti, caminanti, kalè, travellers, manouche, dashikané, khorakhanè, eccetera. Gli zingari non esistono. Quando qualcuno chiamava zingara la vecchia del campo, la bosniaca malata di tisi, lei inveiva alzando il braccio: “cosa cazzo dire, te rompo culo, no parlato tu singara, te tagli faccia se tu parlato singara”.

Christian Felscherinow non è ancora morta. Mi ha insegnato il gergo della strada, una serpe covata in seno, sapevo tutto prima degli altri, spada, ero, pista, scimmia. E così arrivai preparata ai miei quindici anni, con la piazza, i compagni della valle, i morti di overdose. Sapevo tutto. Era la mia scrittura che procedeva mettendosi di traverso tra me e le cose. Sense of Doubt di David Bowie era il tedio mortale che permaneva nella mia vita di adolescente, i suoi abitanti erano compagni, non amici, compagni. I compagni della valle. La valle era un condominio di periferia attraversato da canaloni di fogna, i palazzoni erano falansteri, gli inferni descritti da Buzzati, le steppe erano infinite, sgorgavano con i loro reflui nel mare delle ciminiere. In quella valle si facevano tutti. La mia scrittura non riempiva le pagine, taceva, salvo i miei assurdi temi da liceale o qualche riga, pregna di sentimentalismo, nel diario personale aggiornato per un po’ o in quello di scuola dove perlopiù scrivevo e riscrivevo soltanto il nome dell’amato, che ovviamente non ricambiava. Ma è stata la vita a spingermi, il destino a darmi una titolarità. Tu signorina V. ostinatamente fuori dai giochi, dai gangheri all’occorrenza, sempre per vicende alterne, tu incapace di parlare in dialetto, forse poddarsi quantunque diventerai la signorina V., di indole ottusa e quiescente all’incirca, una scrittrice non di razza ma magari perché no? proprio come piace a te. E ora vai, affogati con il tuo smodato ego, profetessa delle panchine.

E’ andata così. E’ andata anche così.

Comunque vorrei rettificare, posso? Credo che abbiano deciso in gran parte le mie storie sentimentali. Sempre delle disfatte. Ne raccontai a Giulio Mozzi, raccontavo la mia storia d’amore, talmente bizzarra, nacque Sangue di cane. Perché in fondo non era la mia storia d’amore, macché, era un cambiamento epocale in cui trascinai i patetismi e i sospiri e le mie fragili gambe di ragazza, pensando di vivere una cosa come un’altra, e invece no, raccogliendo ancora dettagli, sospetti di un’umanità capovolta, del tutto simile ai personaggi di Cechov, quelli che avevano il riso con il suono del singhiozzo, quell’umanità che ci seppelliva nell’amarezza. Li conoscevo. Ho amato e pianto con loro. I miei maestri russi, i nostri maestri russi, ai quali tutto dobbiamo. La letteratura sta ai russi, come lo stigma della rivoluzione a Robespierre. Bè sì. Una mattina, qualche giorno fa, mi sono svegliata con un paio di assilli (uh, sai che novità): uno, l’amore o è scandaloso o non è. L’altro: gli scrittori sono saprofagi. Ci nutriamo di cadaveri, del passato, di qualcosa di compiuto, irrimediabilmente, un incipit una chiusa al capitolo.

Fino a che non scrissi a Giulio, erano le sette di sera, avevo la febbre, la spossatezza della febbre, o era sempre la solita tristezza; era inizio estate. Scrissi un’apologia breve di me stessa, ma da perdente. Non credevo che mi rispondesse. Non avevo allegato nulla, avevo solo racconti, non eccellenti, forse i pezzi che curavo per una rubrica su un quotidiano siciliano potevano valere qualcosa, non lo so, non li allegai comunque. Avrei perso anche quella volta, ne ero convinta.

Giulio mi rispose. Prese l’aereo e da Padova venne a Catania, ci incontrammo in piazza dell’Elefante. Da quel momento in poi ogni cosa che accadde aveva l’incanto del prodigio. Questa storia l’ho raccontata parecchie volte. L’ha raccontata Giulio anche (la riprendo qui nel mio blog). Questa storia l’ha raccontata Marco Travaglio (qui). Per questo vi dico: quel che accade ha del prodigio. Ma procediamo con ordine, torniamo ai fatti. Giulio aveva ascoltato abbastanza, quel giorno in piazza dell’Elefante, e allora disse: scrivi quel che ti ostini a tacere. Buuum. E’ stata una specie di folgorazione. Giusto, perché ho mentito così a lungo perché? C’ho girato attorno per anni, perché? Ancora una volta mi tornarono in mente le parole di Dario Voltolini: in letteratura, per raccontare la verità, bisogna mentire. Giulio ripartì. Io cominciai a scrivere. Tre mesi dopo chiusi l’ultimo capitolo di Sangue di cane. Passarono due anni, per gli editori il testo era incollocabile, per una ragione o l’altra. Incollocabile è in fondo la mia cifra. Incollocabile come la strana sciarpina che sto lavorando ai ferri, secondo mia sorella ad esempio è troppo larga per essere una sciarpa ed è troppo stretta per essere una copertina, ma io continuo a lavorarla.

Un giorno scrissi a Marco Travaglio: caro Marco sai ho questo testo che mi piace, che piace a Giulio, sai Marco eccetera. Marco mi chiese di leggerlo. Gli ho spedito due capitoli. Li ha letti, una mattina trovai la sua mail: Sono bellissimi, scriveva. Così Marco ne parlò a Nando Dalla Chiesa che collaborava con Melampo (casa editrice specializzata in biografie e testi di impegno civile), il suo amministratore unico è tuttora Lillo Garlisi. Lillo Garlisi è diventato il mio editore. Il testo passò di mano in mano, da Nando Dalla Chiesa a Lillo Garlisi. In breve, Garlisi decise di fondare una nuova casa editrice: Laurana. Sangue di cane ne sarebbe diventato il primo titolo. Non perdevo più. Stavolta era tutto vero, era tutto accaduto davvero. Assolvevo Christiane, il suo diario maledetto, la gente di Mazzarruna, i compagni di periferia, i cadaveri dei falansteri di Buzzati, i morti di overdose, la mia tristezza. Era tutto accaduto davvero.

Vi chiederete quale storia tacevo fino a quel giorno in piazza dell’Elefante?

Era una storia di salvezza. E come tutte le storie di salvezza era anche una storia di dolore.

Il dolore. Vi assicuro che la letteratura non può ignorarlo, che almeno per me, nessuna bellezza ha potuto su di esso, nessuna bellezza che non ve ne fosse a parte. Il dolore del mondo sulle nostre fragili spalle. Abbiate cura di credere a questo assunto, il dolore ci salverà, prima ancora che la bellezza, il dolore che la bellezza genera. Non girate la testa di là, guardate me adesso, credetemi, abbiate la cura di credermi. Il dolore allarga i pioli della tenda della sventurata, della sposa bianca che non conosce il talamo coniugale, della sposa ripudiata, abbandonata nella sua giovinezza, dice Isaia.

Ecco come è andata.

L’originale qui, nel blog di Giulio Mozzi: https://vibrisse.wordpress.com/2014/01/20/la-formazione-della-scrittrice-2-veronica-tomassini/

Poi il racconto è diventato parte di un’antologia  pubblicata da Laurana nel 2015.IMG_20150527_0002