alle baracche (dal romanzo in progress)

I tossici davanti la porta delle baracche erano vermi. C’era quel tale, secco, nero di pelle, con le vene sollevate e grumose per la flebite. Piccole piste lungo gli avambracci davano la misura dell’anzianità di ognuno. Quanti anni di ero, ognuno? Massimo spariva dentro la baracca col tetto di eternit. Refoli di vento sollevavano brevi vortici di polvere intorno alle rocce rudi e irregolari della steppa di Mazzarrona. Le tre del pomeriggio era un’ora triste, sempre. Solo ora capisco perché. Ma non lo dirò adesso. Massimo non usciva dalla baracca, gli altri si trascinavano fuori stravolti, lui no. Il colore di quelle facce esangui o grigie potevano mai sollevarmi, guidare uno sguardo diverso che non fosse il sonno, l’abulia, il nulla feroce che infilzava le mie carni, rallentava il battito del polso? La vita si allontanava, meschina. Sì, meschina. Non si concedeva, non lo ha mai fatto per anni, finché non sono uscita dal ciclo  paludoso dei sette. Sette anni a Mazzarrona.vent'anni

Quel verme nero e curvo si era appena fatto, si avvicinò lento, quasi stupido, mi chiese da accendere. Idiota. Era lo stesso che non capiva le parole troppo lunghe, si stancava delle parole troppo lunghe. Così dovevo sacrificarle, in luogo di monosillabi. Era un idiota. Ero sola alle case. Seduta sotto i portici, in lontananza le baracche erano macchie di colori cupi, un brulichio anomalo. Il monotono avanzare di nottole svernate, divoratrici di tenebre, non erano esseri umani. C’era un vecchio che alle tre del pomeriggio passava metodico con la sua rumorosa motoape. Vendeva ricotta. Quella noia straziante era un tentazione, farla finita, gettarsi da una rupe a Mazzarrona, aspettare il treno. Lo avevano già fatto. Volare dalle fessure di un falanstero, un oblo, un abbaino. Finirla. Per la noia. Il silenzio ignorante. O il clamore volgare così insolente simile a un rutto. Volgarità e silenzio. Non c’era scelta. Eroi. Sopravvivevano alla volgarità e al silenzio ignorante, allora meglio l’eroina. La pace ingannevole, le palpebre stanche, il sapore metallico. Il sonno.

Qualche volta portavo i miei libri, anche quelli per ragazzini perbene. Jo di Piccole Donne è esistita nella mente della Alcott, può darsi che esista un genere umano prossimo alla gentilezza, esistano spiriti nobili, silenzi dignitosi. Esistono parole che conducono lo spirito? Esistono. Per questo portavo i miei libri. Per non volare giù, aspettare il treno, guardare fisso verso la baia dove i gorghi si concentravano in schiuma bianca sulla superficie dell’abisso. L’abisso. E’ una parola che mi segue, mi precede. Non fa paura.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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