dal romanzo in progress

Mazzarrona aveva l’aria corrotta dei luoghi pensati per ingenerare sospetto. Oggi lo credo sul serio. Allora pativo la brutalità di quegli animaletti afflitti senza tregua dalla loro stessa inanità. Non ho mai avuto uno sguardo indulgente, non perdonavo nulla a quella gente, a quei luoghi, a una mediocrità che odiavo ciecamente, furiosamente. Ignoranti, bruti e ignoranti, i suoi frequentatori. Non era sempre così, le creature dimoravano in segreto con le loro virtù, non le avrei mai incontrate, se non distrattamente. Odiavo piuttosto la replica di quel tossico nero come la pece per volgarità, applicavo la sua medietà a ognuno, fino a odiare me stessa. Questo idiota in special modo. Non Massimo.

Massimo era il mio fragile ragazzo, che avrei stretto nelle mie braccia fino a sentire il fremito di ogni sua vertebra, come l’angelo nella canzone di De André. La sera consumavamo la nostra noia nei pub, che erano taverne per rozzezza. C’è sempre quel personaggio di Orwell, Gordon Comstock, che ne deduceva la giustezza proletaria, la realizzazione nei pub della vera classe proletaria e aggiungeva “in termini di uguaglianza”. Soltanto che a me non è mai fregato granché della lotta di classe, benché ne individuassi i confini, sudici e fumosi come i pavimenti di un pub frequentato dal personaggio di Orwell. Odiavo la volgarità. Una ragazzina snob, con strane manie di purificazione. Desideravo l’estate e spiagge mai viste, non quelle di Mazzarrona, a Mazzarrona ogni dettaglio implicava la negazione davanti. Distendermi su una rena lontana, dimenticare lo strazio dell’inanità, l’inopportuna inanità. Dimenticarli, seppellirli. Chiudere gli occhi senza torturarsi con i colori cupi dei tetti delle baracche, bruni come il sangue delle vene di Massimo, sangue nero. Sangue tossico, purulento tangere la terra morta.

Il tossico nero come la pece camminava chino, con la vertebra aguzza sporgente sul collo. Aspettava, aspettava. Le sue overdose lo salvavano sempre alla fine. Mi domandavo la ragione morale di talune esistenze. La mia crudeltà interveniva a brani e soltanto per difendermi. Hai mai incontrato il male del mondo, fratello? Il tossico nero con la vertebra aguzza stropicciava gli occhi istupiditi.

Era giorno di mercato. Le donne si accalcavano davanti le bancarelle. Gli uomini urlavano il miglior prezzo sul banco di ortaggi e agrumi. Era un teatrino così ridicolo, ma quanto caro a certo folclore. Estensioni sbagliate dei trattati di Pitré, di quella Sicilia non ne ho mai incontrato il valore epico. La mia Sicilia ridicola, tutta concentrata in un recinto di confine. Quanta acredine. Salivo da Romina, sapendola in casa. Lei aveva il potere di calmarmi, lo capiva subito dai miei occhi, lo sguardo di delirio, la furia sorda, contro qualcosa, la brutalità, la volgarità, quel tossico nero con la vertebra aguzza, la sua stupidità.

Romina mi si avvicinava, ferma, lucida: “Tu ami Massimo, però, è il tuo ragazzo. Lui è diverso da tutti gli altri.”. Non sorrideva. Nemmeno io. Sedevamo sul divano, le tende scostate, fuori il sole di mezzogiorno era bianco e polveroso. Non era freddo. Era la noia, il terrore del sole bianco e polveroso, il mercato, le urla degli ambulanti rintronavano raucamente. Chiusi gli occhi come in una rena lontana, mi addormentai.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s