La stazione di confine

Le sensazioni di allora sono ancora capaci di atterrirmi. Oggi che sono adulta non è cambiato niente. Non voglio tornare a Mazzarrona. Evito alcune strade, se sento gli odori di allora mi pare di morire di nuovo. I siciliani sono gente triste, diffidente. Il castigo di esserlo lo possiamo capire solo noi. Ed è un errore usare un plurale, odio le mie radici, una parte di esse. Non sono siciliana.

Mi pare di morire di nuovo, come in quegli anni. Credo che fossero tutti morti per ignoranza, non perché si facessero di eroina, non leggevano, non ascoltavano buona musica, non conoscevano altro che la loro stazione di confine. I compagni della valle non avevano terminato le scuole. Terra maledetta. Il giorno della festa in casa di Cetty, leggevo ad alta voce, in bagno da Romina, mentre lei finiva di prepararsi. La sonata a Kreutzer di Tolstoj. Non era poi un linguaggio ostile, se vogliamo parlava d’amore. Di Matrimonio, di tradimenti. “La depravazione non consiste in qualcosa di fisico” leggevo a pagina 151 “essa, l’autentica depravazione consiste proprio nel liberarsi da qualsiasi rapporto morale con la donna con cui si ha una relazione fisica“. Siamo nella provincia russa ottocentesca, Romina. Lei passava l’ombretto sulle palpebre, la sua bocca morbida e regolare stavolta sorrideva. Succedeva quando leggevo a voce alta o le raccontavo le mie cose. Sorrideva, immagino per tenerezza. La vita era molto più infame dei miei libri e delle mie piccole cose riferite con lo slancio di una ragazzina viziata, confusa da parolone apprese maldestramente, senza un vero trasporto. Ogni tanto volevo essere impegnata, salivo sulla gomma di pneumatico e urlavo scioccamente: questa è una lotta di classe! Romina metteva le cuffie alle orecchie e mi mandava al diavolo, Massimo fumava fissamente e mi guardava nel qual caso. Alla festa in casa di Cetty ci sarebbe stato pure lui. Speravo in cuor mio che fosse sveglio abbastanza per notare il mio tubino e le scarpe alte lucide, le stesse che avevo indossato a Capodanno. Che mi notasse, di nuovo. E si innamorasse di nuovo, di me. La musica proveniva con un rimbombo sordo dalla sala a giorno della casa popolare. Cetty viveva con la madre. Il padre le era morto. Paul Mc Cartney cantava il pezzo che a me piaceva moltissimo perché mi ricordava la prima volta che avevo ballato con Massimo. Era un pezzo vecchio di qualche anno. La musica frusciava da una radio stereo poggiata sul pavimento di piastrelle, accanto le grandi casse per l’amplificazione. Massimo era già lì, sprofondato nel divano ricoperto da una striscia di stoffa vellutata e verde. Massimo era vestito di nero, i capelli lucidi bruni brillavano, umidi di gel, tirati indietro. Il suo viso era scoperto, bello e incerto. Romina aveva già bevuto abbastanza prima ancora di mettervi piede. La festa era solo un modo per sballarsi. Stordirsi fino all’indomani. Poi tutto sarebbe tornato. La polvere, il sole bianco, il mercato. La gente china, i siciliani così tristi e consapevoli. Il nostro destino pedante. Che in inglese possiamo tradurlo: doom. Castigo.  Cetty aprì la porta, splendeva in un vestito di tulle che le fasciava addosso, stretto come i guanti che indossava. Rosa fucsia. I colori si confondevano, le luci da discoteca rimpallavano di qua e di là, da una parete all’altra. Così Romina diede di stomaco sulla porta di casa. Cetty diede in una gran risata, si udiva appena, superata dalla musica. Io era già dentro. Fumavo nervosamente in attesa di qualcosa.

Massimo non si muoveva dal divano. Fatto di ero, in viaggio per i cazzi suoi. Sentii toccarmi la spalla. Mi voltai. Era il tossico nero, quello delle parole troppo lunghe. Era vestito bene. Mi faceva quasi pena. Mi chiese di ballare. Rifiutai. Lo vidi ritirarsi, un demone dentro il tombino, avevo di queste allucinazioni. Non erano allucinazioni. Erano i simboli dentro cui procedevo.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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