Carlo Grimaldi. Christiane F. La letteratura dell’eroina.

Quando prendo in mano il libro – oggi – non ho un vero sussulto. Non c’è la sovracopertina, era plastificata, in primo piano c’era una siringa, se non ricordo male. Arnoldo Mondadori Editore, leggo prima della dedica. La dedica è per Gabriele: alla mia, alla sua libertà. Ma è passato così tanto tempo. Le pagine sono gialle, macchiate dalla muffa, rovinate dai tanti traslochi. Il romanzo di Carlo Grimaldi è sopravvissuto. La sua storia di drogato, era il sottotitolo. “Un lungo flash”. L’ordinai al Club degli editori di cui mio padre era socio. Credo che avessi dodici anni. Era il 1984, dunque. Frequentavo le scuole medie. Ero ancora presa dal diario di Christiane Felscherinow, “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, che avevo già letto talmente tante volte da conoscere brani interi a memoria. Lo leggevo a scuola, ai miei compagni. La scuola erano garage, i miei compagni vivevano nelle case popolari, qualcuno è finito a farsi, qualcuno è in carcere.

Ero diventata un problema per i miei genitori. Lo ricordo. Non potevano ad esempio condurmi nei sottopassaggi a Roma, quando prendevamo i treni per raggiungere i parenti, mi fermavo a ogni piè sospinto a fissare gli uomini accucciati per terra. Una volta mia madre mi dovette trascinare, ai miei piedi un ragazzo dormiva, sembrava morto.  Si era solo fatto una pera. Avevo pochi anni. Sapevo tutto. Non volevo andare. Era una via del centro. Questo giovane dormiva che sembrava morto. In testa mi girano parole come spada, scudo, scimmia. Il gergo degli eroinomani. Poverino, mormoravo, i miei genitori erano costretti a rimproverarmi, temevano la mia sensibilità. Non era sensibilità, tuttavia. Era una trasformazione che si faceva largo, un condizionamento, la formazione di uno sguardo. La perdita dell’innocenza. Cercavo qualsiasi testo che riconducesse all’eroina. Altri romanzi, dopo il diario di Christiane, ne volevo sapere di più, ancora di più, come se fosse possibile. Così arrivai a Carlo Grimaldi. “Un lungo flash” raccontava la sua tossicodipendenza da eroina appunto, ambientata nella Milano dei primi anni ’80, del Giambe, del Solari, delle piazze, dei ricetta. Non era solo autobiografismo. C’era la scrittura. Mi piaceva Carlo Grimaldi, oggi ne sono ancora più sicura. Restituiva proprio l’idea di quegli anni, i viaggi in India, l’ero, l’impegno politico che giustificava in fondo la scelta di usare le sostanze. Erano quegli anni.

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Una pagina dal libro di Carlo Grimaldi

Niente di più di quello che mi aveva detto Christiane. Però mi era piaciuto. Era in corso la formazione di uno sguardo. E anche Carlo Grimaldi concorreva perché lo diventasse. Forse ce l’aveva fatta. Alla fine del libro, Carlo racconta la guarigione, in una comunità in Inghilterra. Ce l’ha fatta. Chiusa l’ultima pagina, provai una nostalgia inenarrabile, uno sgomento senza un’origine chiara (almeno allora), qualcosa che non mi lasciava in pace. Non so spiegare, posso immaginare fosse semplicemente l’esordio di un’inquietudine che anticipava gli anni a venire. Da adulta, scrissi una lettera a Christiane Felscherinow, dovevo chiudere alcune questioni, come se ne avessero una qualche responsabilità, lei o Carlo. Di Carlo invece avevo perso le tracce, non c’era niente nemmeno in rete. Scrissi un pezzo nel blog che curo per il Fatto Quotidiano, dove parlavo di lui, lo cercavo. Niente. E’ passato un anno e mezzo da quel pezzo. Ieri in posta trovo un messaggio: Ciao, sono io, sono Carlo.

Sono vivo.

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