Doom

Infine mi alzai. E stavo bene. Ero guarita. Avevo una grande nostalgia delle sorelle March e di Laurie. Il mio destino sarebbe stato del tutto simile a quello di Jo di Piccole Donne. Avrei mai incontrato il mio professore tedesco? Lo avrei sposato come nella vita di Jo?

Ero tornata a scuola, avevo ripreso a studiare, volevo recuperare, le assenze e le interrogazioni che avevo saltato. Le ragazze della scuola mi sembravano talmente sciocche e puerili, nessuna reggeva il confronto con Romina. Indossavano il moncler di ordinanza, non lo avrei mai avuto. Ridevano sempre, per ogni sciocchezza. Le loro belle scarpe sportive, i ciclomotori con cui girare in città e la sera vedersi in un pub o il cinema di sabato, erano seduzioni lontanissime, sempre più imprecise. La loro agiatezza era l’alternativa vuota ai compagni delle case. Un codice classista impediva la contaminazione, passare da un gruppo a un altro non era possibile. Era più facile finire a botte che attraversare piccoli crocchi borghesi e snob che si svolgevano nel cortile del liceo o fuori, in piazza o nelle feste. L’adolescenza dei liceali non era la mia giovinezza, in mezzo c’era Mazzarrona. C’era il castigo. Doom. Il professore di italiano spiegava Dante, a me piaceva moltissimo Dante, ma avevo il romanzo di Orwell sotto il banco e lo leggevo, a brani. Preferivo Orwell, non c’erano i contemporanei previsti nei programmi di studio. Peccato. La vita bisognava che si facesse più vicina, pensavo. A volte ad alta voce. Sedevo sola nel banco dell’ultima fila. Poi poggiavo la guancia sul desco e mi addormentavo. Il professore di italiano leggeva Dante, i compagni tacevano, la luce penetrava dalla finestra sul lato sinistro della parete, sfiorando i miei capelli. La voce era lenta, pacifica. Orwell era meschino in confronto, la sua idea del mondo voglio dire. Attuale e meschino. Quando lo dissi al professore di italiano, questi mi guardò perplesso. Gli chiesi di dedicarvi il compito di verifica di fine quadrimestre. Lui abbozzò una specie di sì. Era vago, non lo avrebbe fatto, avrebbe proposto tracce su Dante o sul solito Manzoni. Dormivo, sopravvissuta alla lunga febbre, dentro un nuovo sogno. Sognavo la Londra di Orwell, Piccadilly Circus, in Regent Street. “Ardeva incandescente, orribile chiazza di luce”, scriveva Orwell. Romina non leggeva mai niente, la sua casa non aveva la libreria. Era una casa povera. E Romina non leggeva nemmeno tanto bene, confondeva ancora le lettere. Massimo credo che fosse un dislessico, ma allora di queste cose non si parlava. Ci sono domande ridicole, che a Mazzarrona, come certe parole, non si usavano mai. Tipo: cosa vuoi fare da grande? C’era una certezza fatalista, molto siciliana, e nello stesso tempo ragionevole, che considerava il futuro un metodo di misura del tempo ingannevole. Arrivare a domani era già sufficiente. E nessuno ci pensava. ve blog

Seduti sul colle di amianto, alle baracche, guardavamo le navi raggiungere l’orizzonte. Romina era pensierosa. Massimo fumava giocando con un bastoncino che strisciava sulla terra dura. Che un giorno saremmo diventati adulti non ci avremmo mai giurato. Sarebbe stata una soluzione diventarlo. Massimo spense la cicca e mi prese la mano. Così ci guardammo, come si guardano i veterani senza memoria. I gabbiani sopra le nostre teste annunciavano la tempesta. E pensai che un giorno quella frase l’avrei scritta. E avrei aggiunto un periodo dal libro di Orwell. Eravamo vivi, fino a una nuova alba.

 

(continua)

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