La ferrovia

Da lontano sembravano cime di arbusti, o i profili dei monti che intercettavo giù verso le fabbriche, quando la luce lo permetteva e i gas dei silos tacevano appena, quando si stagliavano così precisi, piccole cuspidi, paesaggi che affioravano come da un sogno, mobile e incerto. Ombre fumose che di colpo diventavano case, uomini, quadri. Allora vedevo i profili di questi uomini, ma erano veri. Brillavano simili ai bordoni i binari che si perdevano in direzione della campagna. Era successo qualcosa. La ferrovia era una tratta solitaria e mai frequentata, una linea curva che si inerpicava tra i cardi e la steppa di Mazzarrona. La gente era tutta lì, i negletti delle case, sporgevano la loro curiosità ottusa al di là del binario. Erano ridicoli e trascurati. Neri, tristi. Oppure vigili e curiosi come i bambini che correvano di qua e di là e le mamme con le pance turgide e sempre gravide cercavano di calmarli, serrandoli per le orecchie o le collottole. Sembrava che la vita si svolgesse con il solito disordine. Invece era la morte di qualcuno a sollevare la curiosità, il disordine. Un tossico delle baracche, credetti. Ed era così, era quel giovane scuro di pelle che temeva le parole troppo lunghe. Non ricordo il suo nome, veramente non l’ho mai voluto sapere, e comunque non lo chiamavano per nome, lo chiamavano nero.ferrovia

Si era gettato sotto il treno, il treno era una maledizione perché quando lo vedevamo passare pensavamo al futuro, alle insegne di una grande città dove saremmo andati un giorno, oppure pensavamo alla fine di una uggia lunghissima, lunga una vita. Una persecuzione di nullità che non finiva mai se non si sceglieva di seppellirla in quelle rotaie, sotto il ventre di un treno veloce, perché fuggiva con le nostre promesse. Mi accorsi di Romina, Massimo era più in là, sembrava un tronco, un po’ chino, senza sussulto, guardava verso la folla la morte del suo amico. All’incirca, o compagno sarebbe più esatto. Romina mi salutò da lontano. Poi quando mi raggiunse mi chiese da accendere, non disse nulla, il suo bel viso bruno non aveva occhi, non un fremito. Le diedi da accendere. Perché voleva morire? chiesi. Come se fossero domande possibili, come se fosse possibile realizzare una specie di risposta definitiva. “Io ho paura di morire così” dissi. Lei rispose che quando si muore non c’è un modo migliore o peggiore, si muore e basta. Era tutto molto chiaro per Romina. Io mi perdevo nelle parole, nei pensieri che si allargavano fino a sprofondare in altri che poi avrebbero accolto altri ancora e ancora. Decidevo di non impazzire, allora chiedevo a Romina. Tu hai paura di morire, Romina?

Lei non lo sapeva. Giusto. Devo sapere tutto, disse. Devo risponderti sempre, disse. Perché? Non sapevo tacere, ecco perché. In certi giorni di inverno, prima che i mandorli fiorissero nello spazio d’un mattino, e i loro virgulti inducessero noi a perdonare il tempo in cui eravamo caduti, si spargeva l’odore dolce dei boccioli, erano gemme, fiori siciliani di febbraio. Così non si poteva morire per sempre.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

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2 thoughts on “La ferrovia

  1. manu

    La prima parte, fino a ‘lo chiamavano nero’ la trovo un po’ ingarbugliata. Il resto è bellissimo. Ciao Veronica, continuo a leggerti.

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