i luoghi sbagliati

Massimo restò in uno stato di sonno per giorni e giorni, ancor peggio che nella latenza a cui ero abituata, era il suo modo di soffrire. Stavolta la sua nostalgia aveva un nome, il nero. Era morto, era un’assenza, ora si bucava con una ragione vera. L’eroina lo scavava da dentro, ma non potrei giurarci, perché a me capitava qualcosa di simile e non era l’eroina, era l’evocazione di un’assenza o la suggestione di un luogo sbagliato. Ci sono luoghi sbagliati. Oggi potrei persino affermare che i luoghi sbagliati abbiano nutrito alcune virtù, la pazienza, la sopportazione nella graticola di una qualche espiazione che non smetteremo di verificare o supplicare fino alla fine. Dei compagni non so più nulla, ad eccezione di Massimo e Cetty. Quindi mi accingo ad affrontare tutte le volte che mi vengono in mente una verità contemplativa. Le case serbavano una rivelazione mitica, come la collina per Pavese. Pavese che ho letto molto, da adulta, allora era troppo anche per me. Romanzo che non lessi mai a Cetty, in baracca, per trattenerla dall’oblio, per non farla scivolare lì dove un giorno il suo corpo si era arreso, ma nella gloria, solo nella gloria. Un trapasso liberatorio, non fu lo stesso destino per Massimo.

Mi sistemavo bene in un angolo della baracca, poggiata alla parete che franava la sua terribile muffa. Cetty riposava su un fianco, le gambe bianche scoperte, senza calze, senza considerazione del decoro. Il decoro. Tutto in lei suggeriva amore, passione, suggeriva la carne e il peccato, sarebbe piaciuta a Moravia, l’avrebbe calata nei suoi interni borghesi che deprecava provocandoli con personaggi femminili tragici. Lei era proprio come Andreina. Così prendevo alcune pagine del romanzo che tenevo nella sacca e leggevo. Cetty non si muoveva, tanto immobile da poterne seguire le ombre e la morbidezza con un dito in un dipinto immaginario o persino fino a desiderarla con la stessa carnalità di un uomo. Leggevo per un tempo che non so quantificare, pochi minuti, ore? No, pochi minuti. Lei si sollevava d’improvviso, ordinandosi la maglia, la gonna, lisciandosi i capelli con le sue mani curate, ma livide lungo le vene del dorso. Poi mi guardava sorpresa, ritornava nel tempo vero, il peggiore, quello dove stavo anche io, sempre vigile, a sopportarne la greve capacità di inondare di mestizia. Il destino è un concetto che oggi rileggo mille volte, con mille ragioni morali da affidargli. Mi domando ad esempio la casualità del luogo in cui si finisce a vivere. Cambiamo le combinazioni, cosa ne sarebbe stato di noi?

Mazzarruna costa

Una volta tornai a casa stravolta. Avevo solo bevuto qualcosa. Romina era molto arrabbiata, accompagnandomi. Era convinta che avessi preso la roba. Mi scoprì le braccia, guardò le mie pupille. Erano dilatate. Le promisi: Non mi farò mai, mai. Non ero migliore di Massimo o di Cetty.

Mi sono salvata, e non so perché. Non erano intenzioni migliori. Quando pensavo al nero mi prendeva l’angoscia. Aspettavo la primavera e un abito a fiori da poter indossare.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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