così doveva andare

Cercavo di spiegare a Massimo che l’orgoglio con me non serviva. Mi guardava stupito. Stiamo parlando di noi, precisavo petulante. Noi, capisci? Ero testarda, sentimentale, distratta. Massimo aveva altro per la testa, un tossico pensa solo a farsi, ma io lo dimenticavo, io ero sicura che Massimo fosse come me, affetto dalla medesima innocenza. Sbagliavo, mentivo, la chiamavo innocenza, era stupidità. Massimo non era stupido. Soffriva moltissimo, erano spine nella carne, non erano sciocchi turbamenti. I contorni delle rocce sul promontorio apparivano netti, così decisi, come noi non lo saremmo mai stati. Ed era molto strano realizzarlo perché a Mazzarrona ogni confine sbiadiva in un altro, da adulta avrei letto mille volte noiosamente l’ombrosa distinzione tra bene e male. L’avrei letta nei romanzi, non più applicandola nella vita, di cui imparai a temerne i cicli dispari, nell’alternanza, nero bianco, bene male. C’era il personaggio di Pavese, l’ingegnere al confino, Stefano bardato di ideologie, a rammentarmi l’inutile sottigliezza; spiegava che si imparava a stare soli nel confino, chi aveva conosciuto il carcere sapeva stare solo. I libri mi confondono, aggiungono pensieri agli altri. In una folgorazione capii che Mazzarrona era un confine e imparammo tutti a stare soli, come Stefano nel suo esilio.

Massimo non era afflitto da una tristezza conosciuta, la sua era una pace dolorosa, “pace dolorosa” scriveva Pavese raccontando di Stefano. Ecco perché i libri mi confondono, mi hanno annunciato tutto o confermato astutamente dopo che così doveva andare. Massimo dormiva sotto il sicomoro. Le vene erano dure, sporgevano dando al braccio una anomala ondulazione. Mentre dormiva, fissavo la sua posa da ragazzino, incurvato e secco. Cosa sarebbe diventato da adulto? Non avrei mai provato a domandarmi credendoci cosa ne sarebbe stato di lui. Un giorno lo vidi sopra di me, in quel giardino di ulivi, bianco e drammatico. I suoi occhi erano umidi, non era il pianto, era l’ora che aveva già visto, aveva visto prima di tutti qualcosa che somigliava al suo congedo, non c’erano giorni diversi da aspettare. Era una partenza che avrebbe procurato spavento. Febbraio ci piaceva, più degli altri mesi, ci illudeva meglio. I mandorli fiorivano inaspettatamente, il mare era azzurro con piccole onde bianche e spumose che si raccoglievano gioiosamente dentro la baia.Mazzarruna costa Alle nostre spalle, dai palazzi, il giorno si animava disordinatamente, con i soliti suoni sgradevoli, la luce bianca, l’agrore che proveniva da poveri interni, le pareti franose.

Romina voleva che tornassi a scuola. “E’ l’ultimo anno, dai, non fare la scema”. Ce la potevo fare. La mia volontà era integra, con il giusto colpo di reni. Potevo farcela, mi era sempre piaciuto studiare in fondo. Non erano poi così tante le mie assenze. Il mio caro professore di italiano mi esortava: “Niente è perduto, ragazza mia”. Ed era vero. Sarebbe successo e niente avrei perduto, persino Massimo, nella sua ultima ora.

(continua)

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