la scrittura

Eppure non sapevo quando davvero sarei andata via da Mazzarrona. Non c’era un domani a cui guardare se non distrattamente. Avrei conseguito il diploma, con indolenza, preso strappato per gentile concessione dei fatti che sopraggiunsero. La volontà, le cose che accaddero e di cui vi parlerò più avanti. I giorni andavano con la consueta fissità. Romina aveva deciso di amare quel buzzurro con il quale ogni tanto si accompagnava. Aveva deciso che avrebbe avuto una famiglia ed era capitato lui. Almeno non si faceva di roba, di eroina. Era già inchiodato a quel fardello, era un ignorante. Io nel frattempo avevo ripreso a frequentare la scuola, il caro professore di italiano mi suggeriva nuovi libri da leggere e elogiava i miei temi in consiglio di classe. Sporadici manifesti di un’anarchica, discettazioni che si fermavano subito alle prime obiezioni di insegnanti molto risentiti o piuttosto conservatori: tutte invenzioni, millantavo un impegno che non avevo e questo succedeva con la scrittura, rendeva me migliore, gli altri, le cose. Non riconoscevo alcun potere in essa, non ancora, la scrittura era nascosta segretamente nei giorni che avanzavano a Mazzarrona, nel silenzio della mia stanza, nei rimpianti dei pochi desideri. Dalla mia finestra al quarto piano di un condominio anonimo vedevo la cima del vulcano e se spostavo lo sguardo anche le torri di Mazzarrona, le case gialle, se stendevo la mano potevo immaginare di raggiungerle. Volevo raggiungere la cima di qualcosa, non avevo paura del vuoto. Sporgersi fino a rischiare di perdere l’equilibrio era un gioco veramente stupido che sperimentavamo con Romina. Era veramente un gioco stupido.

 

Dissi al mio professore che avevo cominciato un nuovo romanzo di Vasco Pratolini. “Pratolini?” ripeteva sbalordito. Era contento di me. Mi piaceva un neorealismo puro, tutto bisognava che aderisse alla verità, a una qualche specie di verità. “Brava” disse compiaciuto. Erano i libri di mio padre. Il mio professore era contento di me, ma non sapeva che avevo già letto Henry Miller, e non avrebbe approvato. Ero così giovane per Henry Miller, avrebbe convenuto.”Abbiamo avuto un brutto destino” dissi. Il professore mi guardava con apprensione. “No”  dissi, “è un dialogo”, non ricordavo altro, solo quel periodo. Ultime pagine del romanzo di Pratolini. E mi bastava. E lo ripetevo con un assurdo piacere: abbiamo avuto un brutto destino. Mi piaceva ripeterlo. Mi sentivo drammatica come in un film. Mi vedevo già sul colle drammatica come in un film. Aspettare inutilmente Massimo e una musica che strappava il cuore dal petto. A me piaceva piangere come una scema sentimentale. Non erano lacrime che duravano sempre. E se c’era Romina rovinava tutto e poi mi faceva ridere.

C’era il nostro solito posto, dietro le baracche, c’era un acquitrino, alla fine il sicomoro, le ombre  degli storni in volo a una certa ora del pomeriggio. Mi guardavo intorno e capivo che quello e solo quello era il mio mondo, con quella gente, e sarei stata sempre l’estranea che trovava casa. Sì però trovava casa. Guardavo Romina, il suo profilo, la sua pelle bruna, le piccole fosse agli angoli della bocca. Ero a casa.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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