la luce

La luce poggiava sulle nostre tenere spalle. Cetty parlava. Sotto quella luce, noi l’ascoltavamo. L’ammiravo, era il mondo degli adulti di cui mi si svelavano i segreti, i vizi, le debolezze. Ed è quel che mi interessa dell’uomo, il momento in cui cade, perché conferma il miracolo della resurrezione. Qui sulla terra, con la fede, l’amore di Dio. Ma Dio in quegli anni lo cercavo – lo realizzo oggi – e non sapevo chiamarlo per nome.

La mia pigrizia ottusa, la lontananza pedissequa dal significato del nostro modo di esistere.  Davo un nome sbagliato, tristezza, infelicità, ed era solo lontananza, dimenticanza di Lui. Domande che nessuno aveva ragione di congetturare. Cetty aveva le spalle scoperte, era marzo, faceva freddo. Lei sembrava non accorgersene. Guardavo i lividi. Erano le piste. In gergo, tra gli eroinomani, i segni in successione degli aghi. Cetty raccontava la sua ultima storia, con quel signore, lo vedevamo dalla finestra di Romina quel signore, lui un tipo a modo, vestito con abiti di buona fattura, per quel che ne capivamo, il macchinone scuro. Romina sussurrava tra i denti: povero cornuto. La sentivo e disapprovavo. Ma Romina era fatta così, era dura, dura come la terra di Mazzarrona. Era cresciuta lì, la retorica delle periferie oggi mi è chiara, ma allora era profetica. Era l’anatema che ci saremmo portate d’appresso, lo stigma dei giorni a venire. Il tipo che stava con Cetty aveva una moglie ed era un cocainomane fuori di testa. Cetty lo aveva lasciato. Bisognava che trovasse il ragazzo giusto. Mazzarruna costaOh gli uomini sbagliati, anche quelli erano una specie di trofeo, per Cetty non più, ci era superiore, noi eravamo delle sciocche e ancora custodivamo l’idea dell’uomo sbagliato come un’esperienza da fare, lo svezzamento alla vita. La vita doveva essere impudica, avventurosa, con prove di coraggio da superare, una dietro l’altra. Io non conoscevo gli uomini, ad eccezione di Massimo. Ma potevo considerare Massimo un’esperienza impudica, avventurosa? Quando lo sollevavo da terra ché sembrava morto era tutto fuorché vita o avventura o sregolatezza. Il sacrificio perenne che Massimo mi sbatteva in faccia, senza volerlo, il suo dirigersi verso la fine, era la risoluzione di un sacrificio che aveva investito entrambi di capacità di resistenza che non avevamo. La solitudine concorreva a edificare recinti dentro cui ognuno si dibatteva. Cetty parlava del suo uomo che aveva dovuto lasciare. Indossava una canottiera di cotone, la gonna sgualcita, era appena uscita dalle baracche. Si era fatta. Era logorroica. Ed era bella, come sempre. Io e Romina sedevamo l’una accanto all’altra sul colle di lamiera. La luce poggiava sulle nostre tenere spalle, su quelle di Cetty. Il mare dietro le agavi era placido. La nostra consolazione era il mare. Sì, il mare induceva a pensare, a stare calmi, a sopportare, rabbrividendo di gioie sconosciute ad altri, con la vitalità dei fiori carnosi, i fiori del deserto che non muoiono mai.

Massimo era finito dentro di nuovo. A volte pensavo a lui come a un’allucinazione. C’è stato veramente? Anche quando serravo i suoi polsi per scrutarlo negli occhi e realizzare il veleno che aveva in corpo era come non averlo, non sentirlo, fremente, pallido. Mi alzai, salutai Romina e Cetty, e tornai a casa. Era mezzogiorno, il sole era bianco, la polvere radunava piccoli gorghi, le tende si gonfiavano dai balconi del condominio. C’era il mercato, gli ambulanti urlavano, c’era odore di brace. Eppure tutto mi tornava indietro muto, la mestizia mi riparava addosso, la gente erano brani di una tragedia dai contorni mediocri. Se c’è un tipo di solitudine più terribile, io non la conosco.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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