l’amore è un sacrificio

Forse era sera. Eravamo dentro in baracca, la penombra del pomeriggio era anonima. Non avevo idea di che ora fosse. L’assillo del tempo mi raggiungeva quando ero con Massimo. Il tempo sicuro avrebbe dovuto consolarmi. Massimo era lì. Voleva dire che c’era, che stava succedendo davvero. Era la sera delle baracche, anche se fuori era giorno. In baracca era notte. C’erano le candele ad illuminare brevi anditi. Uno sgabello più in là. Massimo mi era accanto, non avevamo bisogno di dire niente. Coperta dal suo eskimo, ero felice. Perché era successo qualcosa ed ero certa che stavolta lui avesse provato un sentimento. A lui era piaciuto. E anche a me. Mi infilai il maglione e il resto, raccolsi gli indumenti sparsi sul pavimento pieno di ostacoli, ovunque flaconcini, stagnola, mondezza. Massimo mi faceva luce con la sua piccola torcia. “Perché ti sei vestita?” chiese. Come se lui mi avesse vista realmente. E io volevo solo coprirmi piuttosto. Gli scuri erano malmessi, procuravano strani suoni simili a lamenti, a ragione del vento che proveniva dal mare. Provai ad aprirli, erano bloccati, tendevano a chiudersi, incastrandosi nella volta sottostante. Mi alzavo sulle punte. Era inutile, rimanevamo al buio. Massimo mi invitò a sdraiarmi di nuovo. La voce strascicata. mare“Dai, vieni”. Per favore, disse. Ecco quel per favore mi raggiunse con la forza del desiderio. Bruciavo per esso. Così, inaspettatamente, capisco che ogni impulso proveniva dalla pietà. Invece volevo punirlo per tutte le volte che non c’era, che non mi guardava, che mi aveva dinanzi e non sapeva di che colore fossero i miei occhi. Volevo punirlo per il suo insensato sonno. Allora si sollevò, sentivo la sua presenza, lo sentivo avvicinarsi, rimasi dov’ero, il suo calore era alle mie spalle. Taceva. Come sempre. Le sue parole così avare con me. I lamenti provenivano dal mare, gli scuri si muovevano con fatica.

Massimo.

Lui taceva.

“Io penso di amarti. Ti sembra possibile?”.

Taceva. A me venivano le lacrime agli occhi, d’improvviso. Era una cosa che odiavo. Lui non poteva vedermi. Non piangevo. Non più. E non era per Massimo. Non aveva mai un vero motivo questo stupido pianto. Lo stesso pianto dei bambini che si svegliano la notte e hanno paura. Non avevo paura.

Mi prese le spalle mi girò verso di sé. Avevo chiuso gli occhi. Era tutto perfetto. E mentre accadeva di nuovo, pensavo alle mie compagne di liceo. Non era sciocco da parte mia interrompere i pensieri con altri inopportuni? Pensavo alle compagne del liceo, certe cose non potevano capirle. A loro il vero amore non sarebbe capitato. Troppo stupide per incontrarlo. L’amore era un sacrificio, come lo era Massimo per me. Quando ho smesso di pensare, lasciai che la stessa onda ci trascinasse, dentro il suono lontano che proveniva dal mare, e gli scuri sbattevano appena ed era sera.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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