gli uomini come Tony Musante

La sera qualche volta chiamavo Romina, quando sapevo che era casa e non al lavoro. “Ciao, stai bene?”. “Sì e tu? Sei tornata a scuola? Mi raccomando, picciridda”.  Sì, sono tornata a scuola, rispondevo, sorridendo, appena commossa di risentire il tono ruvido della mia cara amica. Mi mancava. Dopo aver studiato, sedevo sotto la finestra, la mano teneva il mento, guardavo fuori. Le giornate si allungavano e in cielo ricominciavano i voli degli storni. Il cielo era rosa violaceo, prossimo al tramonto. Avevo studiato Dante, Kant, tradotto la versione di latino. Una brava bambina. Ero proprio una brava bambina. Come mi chiamava Romina, picciridda. E anche a Massimo chiamavano così, alle case. La divisa che indossavo per recarmi alle case era piegata sulla sedia. Jeans logori e cuciti sulle gambe magrissime, maglione nero, giubbotto di pelle. Gli stivali gettati in un angolo. Mi vestivo come Christiane quando andava al Bahnhof Zoo. E quando restava a casa, tornava la bambina che giocava in riva al fiume con le amichette nella brughiera di un paese della Sassonia. In classe ero la più attenta, non scendevo nemmeno in cortile per la ricreazione. Consideravo i miei coetanei liceali incompatibili, immaturi, viziati. Cercavo la vita, chi l’avesse provata, precocemente. L’abitudine mi aveva procurato solo guai. vNon mi è mai entrato in testa che le cose possano anche restare placide, immobili. Cercavo la vita, nella mia distorta proiezione della stessa, contagiata dallo sguardo di Truffaut del quale conoscevo la filmografia per intero. Era morto troppo giovane. Nei pomeriggi a casa, mi esercitavo maldestramente con il francese, usando parole inapplicabili, ritengo perlomeno che sarebbe stato difficile per una adolescente usare termini come: sodomisant. Oppure mi sedevo in poltrona nel soggiornino, prendevo uno dei libri di mio padre, “La cosa buffa” di Giuseppe Berto, leggendo alla fine delle pagine la sceneggiatura di Anonimo Veneziano. O leggevo La livella di Totò. Esercitavo il francese, il mio tono di voce, occupavo le ore. Avevo dimenticato i compagni. Mi mancavano sempre meno. E man mano passavano i giorni, le case e quel mondo mi apparivano sempre più paurosi. Leggevo la sceneggiatura, con i dialoghi che nel film erano tra Tony Musante e Florinda Bolkan. Tony Musante era il genere  di uomo che immaginavo in quanto uomo maturo, adulto. Dunque gli uomini adulti sarebbero stati come lui, superata la fase sciocca degli adolescenti impacciati e asessuati del mio liceo. I ragazzi delle case non erano un genere, non potevano rappresentare una media. Insomma erano tutti tossici. Sarebbero diventati adulti?

Gli uomini come Tony Musante o liberi e solidi e amanti della vita come mio padre. Uomini che avrebbero indossato un pull nero, in autogrill, bevuto un caffè in attesa di un aereo magari. Ed era veramente eccitante pensare alla mia vita da adulta. Questo accadeva soltanto lontano dalle case. Un giorno avrei incontrato un tipo così. Avrei raccolto i capelli sulla nuca come Florinda Bolkan, indossato enormi occhiali da sole, l’impermeabile chiaro. Mi piaceva pensarlo, chiudevo gli occhi. Sarei diventata bellissima. Bellissima.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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