noioso e perfetto

Le voci confuse delle ragazze lasciavano intendere qualcosa di bello.

Era il ballo di primavera? Parlavano tra loro, bisbigliavano, ridevano, si spingevano l’un l’altra con aria complice e gaia. A me non restava niente. Alle ragazze del liceo piaceva moltissimo stabilire le distanze, competere. Ancor meglio: escludere. Erano tutte piene nei fianchi, il seno giovane e prominente, le invidiavo per questo, erano in salute, morbide, pronte a diventare donne, alle prese con nuove curiosità. L’amore e così via. veroniAl ballo di primavera non sarei andata, non avrei saputo con chi andare, Romina lavorava e comunque l’avrebbero bloccata all’entrata, come mandrie, capre da somigliarsi tutte, guai a beccarne una con la macchia sul dorso, o altrimenti il confino. Non avrei avuto il vestito adatto per di più. C’era chi se lo faceva confezionare apposta. Frequentavano noiosissime feste le ragazze del liceo, a loro piaceva lo sportivo della scuola, il campione di nuoto. Lo sportivo per eccellenza, perché difatti eccelleva. A me sembrava piuttosto un pupazzo, non so un giocattolo, non avrei saputo che farmene del campione della scuola. Belloccio, occhi vuoti da manzo. Una mattina lo incontrai in corridoio, diretti in bagno entrambi, avevo già acceso la sigaretta. Lui teneva il passo, finché prese coraggio (coraggio) e mi chiese di uscire, una sera, “scegli tu”. Potevo scegliere e le mie quotazioni salivano, potevo così sfoggiare il trofeo, guadagnarmi l’approvazione del comitato di consorelle giulive che trepidava per il ballo di primavera o per un paio di scarpe della nota stilista austriaca. Lo guardai con curiosità, forse nascondeva una qualche non riconoscibile attrattiva, non so lo spazio tra i denti, un tic, qualcosa? Era perfetto. Noioso e perfetto. Feci un tiro e lo sbuffai in faccia, nella sua bella faccia da sportivo. Mi disse: stronza. Risposi che era un piacere. Esserlo, aggiunsi, mi accorsi che stavo sorridendo, pensai che ero indifendibile. Pensai che mi sarei innamorata sempre della persona sbagliata. Ma siamo noi a decidere? Non è casomai il destino che ci approva le scelte? O che le scelte ci consegna? Non è il destino a venirci incontro? Quanto facile sarebbe stato innamorarmi del manzo della scuola. Quando ripetei “manzo” al telefono a Romina non la finiva di ridere. “Manzo?” e rideva da non riuscire a parlare. “Oh, una volta che hai trovato quello giusto! E dai, scema, esci con questo come si chiama: manzo”. E rideva rideva. La sua bella risata rauca. “Di cosa parliamo?”. Romina disse: “Perché con Massimo di cosa parli?”. Con Massimo non serviva parlare, certe volte guardavamo un punto o il mare o sdraiati sul colle ammiravamo i colori che sfuggivano nelle ore vicine al tramonto, il passaggio delle nuvole, i fiocchi che diventavano creature animate. Con Massimo c’era il sentimento della fuggevolezza a unirci, un abisso come i mondi ostili tra me e Romina.

Sono fatta per superare i graticci, saltarli, oltrepassare i valli. La buona battaglia. Mi dico: è stata la tua buona battaglia. Sì, ma per dove? O perché? Lasciate che io mi chieda: perché? Oggi mi siedo sotto la finestra, non sono una ragazza, e con la mano, come allora, tengo il mento. Guardo lo stesso cielo, violaceo, verso sera, gli storni, e il mio colore di capelli è ancora bruno come allora.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

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