la rabbia

Quel nero finito sotto a un treno sembrava un becchino. Ogni tanto ci pensavo, malgrado alle case non andassi da settimane e i compagni fossero fantasmi, lo scarto di un sogno, qualcosa da seppellire per sempre. Mi sentivo ripulita, come Christiane quando non si  faceva più e tornava bambina. Però talvolta pensavo a quel tossico nero come la pece, così torvo. Si era ammazzato. Pensavo: era cresciuto nella volgarità. C’è una mancanza di gentilezza che può istigare un suicidio, pur di non vedere  tanta brutalità forse si preferisce tacere per sempre. Dormire. O farsi di roba. Non si lavavano nemmeno le mani prima di sedersi a tavola, in casa di quel nero. Oppure ruttavano come caproni. Facevano ribrezzo certuni in casa di quel nero. Ero stizzita, sedevo davanti al mio scrittoio stizzita. Ero nauseata da quella umanità. Era colpa loro se a Mazzarrona il mondo faceva più schifo che altrove, colpa dei caproni che non si lavavano le mani prima di sedersi a tavola, capaci solo di ruminare banalità. Romina sapeva calmarmi di solito. Con il suo modo tranquillo, mi calmava. Io ero accecata invece, ero piena di rabbia. Saliva di colpo. Perdevo il controllo di me, ma non ero aggressiva, la rabbia mi vestiva come il gelo. Restavo immobile, era il terrore, la rabbia, così succedeva la notte, quando mi svegliavo e avevo sognato i mostri che rantolavano alle baracche.

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Le baracche

Non c’era una remissione definitiva del male, il male furono quegli anni, non c’era remissione per quegli anni. Ho aspettato, non cercavo un riscatto, cercavo la purificazione, l’abdicazione della memoria in luogo di qualcosa che sarebbe stato migliore. In classe avevo trovato la compagna di banco. Una ragazzina paffutella, esclusa dal solito gruppo di stronze perbeniste. All’uscita di scuola giravamo con la sua vespa 50, bianca come quella di Massimo. Era sempre molto curiosa, aveva le manine di una bambina, piccole e tonde.

“Ce l’hai il ragazzo?”, “L’hai già fatto?”. Oh, mi sentivo adulta, una donna che aveva navigato molti mari. In confronto a lei lo ero. “Sì, l’ho già fatto. Avevo un ragazzo, l’ho lasciato”. Con la vespa giravamo in certi giorni di sole, la città era bianca, il profumo dei boccioli di zagara mi arrivava alle narici come una sferza. L’aria era leggera, tutto era migliore, lontano da Mazzarrona. In vespa, faceva sempre tante domande. Si chiamava Ilaria. “Era carino il tuo ragazzo?”. Era carino. Capelli bruni, viso lungo e magro, bianco, sai proprio come Morrissey. Lei non conosceva Morrissey, due giorni dopo aveva già imparato le canzoni dell’ultimo disco degli Smiths.

Finché non ci fermavamo in un bel posto, cercavamo il mare. Il nostro spirito cercava il mare. Andavamo al porto. Sedevamo sotto il sole, sdraiate sulla panchina, fumavamo e ridevamo, scoprendo nuove affinità.

“Ilaria”.

Con la sua voce da bimba rispondeva: sì?

“Un giorno ti porto in un posto, ma devi essere forte”.

Lei non rispondeva, ma avrei giurato che sarebbe stata felice di seguirmi, lo avrebbe fatto, forse era quello il mondo dei grandi per lei. Lei si aspettava l’avventura e la sregolatezza da me. Alzavo il capo dalla panca, spostavo gli occhiali scuri, lei era sdraiata più in là, tonda e piccola. Era timida. Presi le cuffie tenute in borsa, c’erano gli Smiths. Cantavamo insieme, Bigmought strikes again. Sapete cos’è la giovinezza?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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