alla fine del mondo

Da adulta, un giorno un uomo disse a un altro: lasciala scrivere. Così quell’uomo aveva riassunto il significato indiscusso degli anni delle case.

Dallo strapiombo alla baia, in cima alla campagna, franavano fiori selvatici, bianchi, un miracolo nella steppa. Lungo i sentieri, attraverso la campagna, raggiungevamo la punta estrema della costa. Lì sparivano le fabbriche. Ci guardavamo con Romina raggianti perché avevamo trovato qualcosa di nuovo, l’innocenza. Le onde si infrangevano con schiume vorticose in piccole isole frastagliate. Alla fine del mondo ci sembrò di vedere un fenicottero rosa. Era poggiato sulla cima della roccia in mezzo al mare. Alla fine del mondo. Di quel mondo che volgevamo alle spalle,  con il nero astioso della ferrovia che sfuggiva oltre, il nero torvo degli androni e del tossico suicida. Nero come l’umanità trascurata che si dibatteva in luridi anditi.

mazzarrona

Le case

Non potevo spiegare a Ilaria le miserie. L’avrei spaventata, la vita disdicevole delle case era una possibilità, a lei non sarebbe toccata. Ma non ne ero così sicura. Ilaria e Romina erano diverse eppure traducevano l’identica idea che mi ero fatta dell’amicizia, da una parte o dall’altra occorreva che si stabilisse il principio della subordinazione. Ilaria era l’ultima arrivata, dipendeva da me. Io da Romina. La miseria non guastava la vita che conducevo lontano dalle case. La miseria condizionava solo la vita dei compagni delle case. A Ilaria piaceva il manzo della scuola. E quando lo chiamavo manzo lei si offendeva un po’. Era timida, così l’abbracciavo, sentendo la tenera carne delle sue spalle. La subordinazione nel qual caso sperimentava la tenerezza.

All’ora di ricreazione guardavamo con fierezza e distanza le ragazze delle altre classi, il gruppo delle stronze era sempre compatto e giulivo a trepidare rinnovate nullità, ad esempio il nuovo numero della rivista musicale per teen ager. Ilaria si accucciava come un gattino, sullo stesso gradone in cui io fumavo assorta, con una posa da disincanto. Ogni tanto le parlavo di Romina. “Lei sa sempre cosa fare, in ogni situazione”. Ilaria era incantata da tanto autocontrollo, coraggio e incosciente ardimento. “Quando andremo?” chiedeva.

 

Il manzo la faceva soffrire. “Non chiamarlo manzo” piagnucolava. Usciva con le stronze giulive, indifferentemente, con una bionda, con una bruna, bastava che indossassero un certo tipo esatto di jeans. “Cosa te ne fai?” ribattevo caustica. E lei piagnucolava sempre: io lo amo. Lo amo. Io amavo Massimo. Ancora una volta realizzavo che bisognava sperimentare la medesima subordinazione. L’amore, l’amicizia. Quanto conta l’amore nella tua vita? chiese Ilaria.

Le rispondo oggi seduta sotto la finestra, come allora: l’amore è tutto, Ilaria. E’ una vita in pezzi, l’amore. Ilaria.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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