avrei capito tutto

Le giornate scorrevano anonime. Avevo recuperato in tutte le materie. Il professore di italiano era molto contento del rendimento e lo andava ripetendo nei vari consigli di classe. Ilaria raggiungeva la sufficienza, ce l’avrebbe fatta, avremmo superato l’anno. Sedevamo nello stesso banco. A lei interessava sempre meno l’approvazione del comitato di stronze giulive. Aveva trovato la sua provocazione personale, la nostra amicizia. Tu sei un’anarchica, mi diceva con un gran sorriso, i suoi capelli lucenti color miele trattenuti in una coda ne mettevano in evidenza le guance e le fossette al centro. Ti voglio bene, mi diceva, franandomi addosso mentre tra un cambio d’ora e l’altro cercavo di dormire con la faccia sul desco. Questo strano sonno non era più motivato dalle notti nei locali, quando uscivo con Romina. Era un sonno che mi custodiva. Il sonno dove correvo a rifugiarmi. Ilaria aveva ripreso a sospirare per il manzo della scuola e a piagnucolare quando lo chiamavo “manzo”. E lo facevo apposta perché intendesse quanta stupidità albergasse in quel pezzo di carne con gli occhi. “Sei cattiva” ribatteva con stizza.

Il pomeriggio studiavo. O leggevo Tolstoj. Mi era presa la fissa dei russi. “La sonata a Kreutzer”. Leggevo, poi trattenevo la pagina, per meditare sulla follia dell’amore, le sue nobili oscure origini. Avevo diciassette anni, ma la mia memoria radunava indizi millenari. La memoria di tutte le disfatte, di tutte le separazioni, degli amori finiti. Così non avevo diciassette anni. Leggevo Tolstoj: <Sì, solo dopo tutte le sofferenze che ho patite, e solo grazie ad esse, ho capito dove sta la radice di tutto, ho capito come dovrebbero essere le cose, e perciò ho visto tutto l’orrore per come sono invece>. Era esattamente il mio destino. E destino era una parola che amavo, che conoscevo meglio dell’altra che mi aveva folgorato: cambiamento. Ma il destino lo amavo di più nella sua capacità di evocare qualcosa che sarebbe divenuto. Ed era sempre la continuità al cambiamento. Cambiamento e destino. cropped-15032170_10209474056761410_5852755268606166705_n.jpg

Sedevo allo scrittoio, nel vecchio mangiadischi di mio padre, che sistemai in camera mia, misi su il vinile di musica classica, Sonata al chiaro di luna. Pensavo alle parole che amavo, che avrei potuto collocare un giorno l’una accanto all’altra e che mi avrebbero riferito allora il nesso seppellito dei fatti, il significato clandestino nelle cose accadute. Io avrei capito, avrei capito tutto. Avrei raccolto le parole, unite alla memoria di tutte le disfatte, avrebbero taciuto le voci di ogni separazione. Ma era solo un anticipo, perché adesso che sono adulta so che ogni separazione mi si è appiccicata addosso con la gravosità petulante di una coazione a ripetere. Il segreto è: saperlo. Perdere tutto quel che si è amato, fuori dal fulcro, dal ventre di una madre. Perderlo.

Mi sembrava adeguata la musica e le pagine di un amore. Drammatico e cinico. Mi piaceva questa laconicità nei russi, non è cinismo, è l’esaltazione del dolore, nelle vette che non saranno mai raggiunte, salvo l’elezione. Una sera, sulla punta dell’abisso, a Mazzarrona, vidi una luce lontana, era un faro alla fine dei tempi, lampeggiava per me, mi aveva avvertito, nell’alternanza del suo chiarore, così sarebbe stato tutto molto breve, ora l’una ora l’altra riva, del bene e del male. Come la luce e la notte. Come ogni opposto.

Mi stancava maledettamente tutto ciò. Capire le cose di colpo, finirne sepolta. Allora mi veniva a prendere Romina con la sua presa salda. La notte in cui il faro lampeggiava laggiù, la trovai accanto, la seguii, andammo via. Andremo via da qui, per sempre. Le promisi.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

Advertisements