vi devo salvare tutti

Mi prese una gran febbre. Non tornai a scuola ancora per dieci giorni. Una febbre che mi procurava il delirio, mi costringeva a un sonno prolungato o a vigilare con gli occhi chiusi. Un’infezione da streptococco. Appena riuscivo, aprivo gli occhi, allungavo la mano verso il ripiano dei libri e prendevo Orwell, Fiorirà l’aspidistra. Lo stavo rileggendo. Lo strano personaggio di Gordon Comstock non l’avrei mai potuto incontrare con tutta probabilità. Nella mia vita. Era un misto di pietosa irriverenza. Dimesso, patetico. Rivoluzionario. Mi arrendevo ai pensieri che si allargavano come maglie di una rete troppo debole. Aveva le mie stesse aspirazioni, ambiva alla scrittura, ma lo rifiutavano tutti, allora crollava nel più disperato vittimismo, accompagnandosi con i peggiori o i miseri. Come facevo io d’altronde. Lui traduceva l’odio, la lotta di classe, l’avversione all’immobilità civile, la rispettabilità borghese. Ero un ragazzina ma evidentemente avevo in simpatie le stesse eresie. Aprivo il romanzo, quando la febbre mi dava la tregua, e leggevo:”(…)Osservò le pubblicità aeree accendersi e spegnersi, osservò quel sinistro fulgore di una civiltà condannata, come le luci ancora sfolgoranti di una nave che affonda”. A volte c’era Ilaria, era lei che leggeva. Mi addormentavo. Lei mi teneva il braccio, mi scuoteva, aprivo gli occhi e lei quasi piangeva: “Non è che muori?”. Ma no che non muoio, vi devo salvare tutti. E mi sfuggì il segreto, la confessione, la serpe che sfugge dal seno. Vi devo salvare. Mi riaddormentai. Era quello che mi fregava, l’antico assillo. Era nato prima di me. Poi mi incontrò, un giorno, e mi si appiccicò addosso. Dovevo salvare tutti. Colpa di Christiane Felscherinow, il Bahnhof Zoo, i morti della Kurfustentrasse. Non ne potevo più. Supplicai Ilaria di prelevare il diario di Christiane dalla libreria. Lei lo prese. Le ordinai di strappare le pagine. “Tutte, ti prego”. Lei annuì e invece aveva mentito, lo ripose sul piano. Io avevo chiuso gli occhi di nuovo. Mia madre entrò in camera per poggiare la spremuta sul mobile. Sentii Ilaria salutarla e poi aggiungere: “Sta meglio, vero?”.15032170_10209474056761410_5852755268606166705_n

Ilaria mi raccontava le cose di scuola, fatti innocui, rideva anche, cercava di non disturbarmi, se rideva troppo forte, zittiva di colpo. Timida, discreta, buona.

“Non perdi l’anno, me lo ha detto il professore” mi disse. Non era una consolazione. Era la verità. Non lo avrei perso l’anno. Ce l’avevo fatta, malgrado i giorni della febbre. Non pensavo alle case. Per pensare dovevo stare bene in salute, difendermi dall’angustia che sottilmente mi procurava il pensiero. L’idea di Massimo che potevo perdere nello spazio d’un mattino. Ma lo avevo già perso. Quando mi aveva baciata l’ultima volta? Sotto il sicomoro? Ma tremava tremava. La rota, maledetta.

Il giorno in cui dissi: tu non mi amerai mai mai mai! Lui tremava. Il suo corpo gracile fremeva dentro il sospetto che qualcosa di irrevocabile sarebbe giunto e ci avrebbe diviso. Avrebbe interrotto il normale corso delle cose che si aspettano sempre una primavera, la nascita, il risveglio, qualcosa. Guardai i jeans sulla sedia, gli stivali sporchi di fango. Ricordai l’ultima alba, il freddo. Romina piegata sul ventre, ubriaca. I brividi mi attraversavano da parte a parte. La febbre aumentava, mi abbandonai all’oblio, trovando una nuova consolazione. Nel silenzio, nel bianco che ondeggiava, avvolgendomi, trascinandomi verso il cuore che pulsava, in fondo, lo vedevo, mi aspettava. Ero felice. L’oblio.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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