bye bye man

In cortile le ragazze urlavano e ridevano, acclamavano una star. Era solo il manzo della scuola con la sua coppa da finalista rimediata nella staffetta acquatica. Era proprio il manzo della scuola. Ridevo anch’io. Ilaria era febbricitante, tanto era l’emozione cagionata da quell’impresa, dal suo belloccio baluardo. Sapeva che ero tornata alle case senza avvertirla. Per qualche giorno rimase sulle sue, offesa ma non superba. Mite come sempre. Poi mi perdonò, era facile perdonarsi. Eravamo amiche. Il manzo della scuola non guardava nessuna, soltanto sé stesso, in una proiezione egolatra, e la sua coppa. Poi sparì oltre l’ambiente della palestra, su verso le scale, al primo piano, nella sua classe. Bye bye feci con la mano. Lui si girò allora e mi riconobbe tra le ragazze che applaudivano la star. E mi odiò con la crudeltà acerba di quegli anni, stupidi anni di tormenti e sussulti, di ormoni, di rivelazioni innocenti, come guardarsi allo specchio e scoprirsi uno sguardo nuovo, una morbidezza, la turgidità di un seno troppo piccolo ancora. Avevamo la lezione di letteratura italiana.vvvv Ero preparata, ero felice. Il mio caro professore. Avrebbe consegnato i compiti del secondo quadrimestre. Il mio tema aveva affrontato un assunto filosofico. Raccontavo semplicemente i miei dubbi, le domande a cui nessuno poteva dare la risposta che mi aspettavo. L’autodidatta, non amavo la filosofia. Usavo le tracce indicate forse per raccontare di me. Abitudine che non ho mai perso. Non che fossi poi così diversa dal manzo della scuola, la sua egolatria, la sua mania per le coppe da mostrare. La mia coppa era un trofeo di cui vergognarsi all’occorrenza, da trascinare semmai con segreto compiacimento. Un dolore antico, intraducibile. La solitudine e il deserto, una geografia di assenti perlustrati nel medesimo lembo di terra: Mazzarrona. Il caro professore distribuiva i temi, banco per banco, arrivando a me, sorridendo, mi mostrò il 9 scritto con il pennarello rosso. Brava, disse. Allora lo guardai contenta, la brava bambina e il suo caro professore. All’uscita di scuola, mi chiese cosa avessi deciso: “Andrai all’Università, continuerai gli studi?”.

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Le case

Era una domanda che precedeva il mio silenzio, formulata sempre con la stessa ostinata certezza, qualunque cosa avessi fatto, la scrittura si sarebbe messa di traverso, sempre. Tra me e le cose e il resto e gli amori. Avrei dovuto aggiungere naturalmente, con un ragionamento logico e dedicato: mio caro professore, lei lo saprà meglio di me, sarò destinata alla solitudine. L’antico assillo sarà la mia pedante poetica, il riverbero sul mondo, gettato con spregio, resterò sola, e vergognata. Quella strana vergogna che provavo talvolta, con i vestiti sparsi in baracca, e io stesa sul tappeto di mondezza, lo sguardo di Massimo spento, opaco, poi acceso di colpo, mosso dal desiderio, il suo fragile sussulto sul mio corpo. La dolcezza che mi raggiungeva o qualcosa di più potente e primitivo. Piccole morti. Le chiamano così. Il caro professore mi osservava con interesse buono e pazienza. Avrei voluto aggrapparmi alla sua bontà. Stringerlo come un padre, confidargli i timori e piangere ammettendo i timori, sì, e le colpe. Sono così compromessa, e non sa nemmeno quanto. Sono arrivata, ho già visto, ho già sentito, il mare infrangersi, la coppia di amanti, Massimo, le baracche, Stefy. Gli altri. Sono sicura che mi avrebbe capito. Tenendomi le mani alle orecchie, avrebbero taciuto le voci di tutti, i profeti laici, i deregolamentati, sopra le bastite della loro follia. Finché non avrei visto lui, il mio amore, andare via per sempre, rigido sul colle di polvere e ignominia, la luce del sole caduta, franata sul suo tenero corpicino, improvvisamente breve e tenero.

Bye bye. Man.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

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