a diciannove anni

Se non era Morrisey, era Luca Carboni. Possiamo chiamarli  i miti della giovinezza, per Massimo lo erano e per quella canzone precisa, con l’omonimo che si bucava ancora, “lo sai che Luca è a casa che sta male“. Silvia lo sai che Luca si buca ancora. Silvia potevo essere io e non solo il titolo della canzone del cantautore bolognese. Avevamo questi miti, sbagliati. Amavamo i fuoriusciti, era una posa. Bisognava amare l’errore. Ma non avevano la stessa credibilità dei ceffi nei quartieri berlinesi frequentati da Christiane. C’erano luoghi che nemmeno a Mazzarrona potevano riprodursi, tombini che si chiamavano dancing, l’Haus der Mitte, il Sound. Era Berlino, in un diario. Non era un diario, Christiane per me fu la deviazione. Una deviazione per sempre. Oggi ce l’ho in testa, come allora, come da bambina, davanti a una libreria, nel centro di Terni. Sfogliavo le pagine avvinta da un preludio di terrore. Ripetizioni. Io sono la stessa. Mi guardo bene allo specchio, non dimostro la mia età. Mi illudo. Sono la stessa ragazza. Massimo si identificava con il Luca della canzone. Così aveva una giustificazione epica la sua dipendenza. I ceffi di Berlino a Gropiusstadt o nella Kurfustentrasse avevano il corpo tormentato del tutto simile a iene.  Non avrei mai visto tossici ridotti così. Fu una fortuna. Era una esagerazione in funzione di un testo. O era esattamente così? Così brutale?

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l’Haus der mitte a Gropiusstadt

Cetty non perse mai la sua bellezza, anche con i pochi capelli. Stefy era magrissima, con un naso sproporzionato rispetto al piccolo viso, gli zigomi in prominenza. Indossava un rossetto rosso carminio e tirava su i capelli, trattenendoli con una pinza al centro della nuca. Non aveva la grazia di Cetty. Coprivano i loro errori, sotto abiti costosi. Non erano i tossici di Christiane Felscherinow.

Quando alle case pioveva, tutto però era terribile nell’esatta maniera. Ed eravamo nei sottopassaggi di una metro berlinese. Il loop rimandava in sequenza le immagini che avevo in memoria. Non pensavo di averne così tante. Ufo, Atze, Detlef. I personaggi di un memoir di una adolescente. Un memoir precoce. Ma si sa, si nasce vecchi per certe indoli è una prassi nascer vecchi. Fare tutto prima, vedere tutto.vvv1

Alle case pioveva. Mi rinchiusi in baracca. Non c’erano i compagni. La fila per comprare la roba e per farsela. Era l’ora in cui io e Massimo stavamo soli in baracca. Mi stendevo sui vestiti sotto di me. E succedeva qualcosa. Era come tornare al centro della terra, nel cuore pulsante, all’inizio di tutte le cose. Chiudevo gli occhi ed era perfetto.  Alla fine, guardavo verso la finestrella che sbatteva noiosamente, agitata dal vento che proveniva dal mare. C’era un buon odore, malgrado fossimo in baracca, veniva da fuori, la salsedine e il glicine.

Allora sussurravo: quando mi amerai?

Lui si alzava dal giaciglio e mi rispondeva con voce lenta: lo sto facendo. Come rispose quel giorno, nel giardino di ulivi e lui guardava un punto lontano e io pensavo che il mio amore avrebbe dovuto guardare per forza un punto lontano.

Fuori intuivo la desolazione di quell’ora prima del tramonto. La pioggia non mi spaventava, il suo incessante crepitio sui tetti della baracca era un suono  gentile, persino gentile sì con lui, con Massimo era più facile dimenticare. Dimenticare non so cosa, sto cercando di realizzare adesso. Le pagine sbagliate, lette in anticipo sul futuro, la crudele chiaroveggenza di un libro troppo adulto per me. Oppure l’assenza primordiale. Entrare nella spelonca dell’assenza primordiale, nel buio, a tentoni, avanzare, fino al fulcro, all’idea, a cosa? Massimo mi diceva stancamente: non pensare, prova a fottertene. Diceva.

Io l’ho fatto. E un giorno lui non è più tornato. Vidi gli altri, gli altri avevano un’aria strana. Poi mi dissero: è morto. Gli altri. I compagni. Dicevano: è morto. A diciannove anni non si muore.

Gli altri erano sagome indistinte, lanciate verso la bruma, sembrava mattina o l’alba del diavolo, nera. Non sorgeva nessun sole sulle nostre teste.

Era la fine dei tempi.

Con delusione, capii che si poteva dimenticare. Ricordare, dimenticando gli altri, il peggio, la vergogna. Il volto bianco di Massimo. I suoi capelli bruni. Lui che mi chiede al centro della pista: balli?

Io gli ho detto: sì.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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