aspettando il ritorno

Era una mattina viscosa. Guardavo fuori, in attesa della campana della terza ora. Uscivamo prima. Sarei andata alle case. Ilaria aveva preso a frequentare una tipa della quarta, era sciocca e immatura, ce l’avevo con Ilaria, perché mi aveva preferito a lei. “Tu non mi vuoi” disse Ilaria con dolcezza. “Non mi vuoi nel tuo mondo”. Ed era vero. Fissavo le lettere della pagina. Lezione su Manzoni. Il professore leggeva con una voce calma, scandendo parola per parola. A me interessava il destino della monaca di Monza, come a tutte. Pescavamo nel torrido. Ci piaceva. Era l’età giusta per farlo. Guardavo le lettere, si gonfiavano, sbiadendo, mi stropicciai gli occhi. Ebbi un sussulto e guardai l’ora. Erano le 10.45. Le lettere non erano chiare, la pagina gravitava. Chiesi il permesso di uscire, andai in bagno. Lavai il viso. Il professore continuava a leggere. La vita era lì, normale, le ragazze erano ragazze. I miei pensieri erano così vecchi invece. Suonava la campana, nel frattempo. Il professore avrebbe chiuso la pagina e indicato gli argomenti da studiare a casa. Avrei chiesto a Ilaria, nel pomeriggio, di indicarmeli. Corsi per le scale, dovevo raggiungere le case. Era aprile. Una giornata di sole viscoso.  Avevo caldo, ma a tratti rabbrividivo.veronica4

Era freddo, di colpo. Alle case soffiava il vento del mare quando è agitato e viola. Le nuvole era rapprese sopra le baracche. Il sentiero introduceva alla terra spoglia. Corsi verso le baracche, correvo graffiandomi le gambe con le spine dei cardi. Indossavo un vestito lungo e scuro e scarpe basse di tela. Era primavera. Volevo vestirmi come le ragazze, con gli abiti leggeri, i colori della giovinezza. Correvo. Pensavo al giorno in cui con Romina correvamo verso la baia per spiare la pazienza del fenicottero rosa. E come in certi sogni, la corsa diventava stanca, pesante, il fiato si tratteneva in petto, la voce si infilava in una specie di soffocamento. Era un incubo vero. Lo stavo vivendo, come le pagine che orbitavano mischiando le lettere tra loro, sbiadendo in strane forme. Correvo. Massimo. Le baracche erano buie. Di colpo, il buio. Erano le nuvole, si addensavano in cerchio. Mi fermai respirando e guardavo il cielo. Le nuvole. Stefi mi veniva incontro. Ma cosa fa qui? Pensai. Stefi, dovevi restare in comunità, perché sei qui? Aveva gli occhi infilati in due fossi. Alle baracche i tossici non aspettavano. Lo intuivo dalla mestizia, non lo so da cosa. Non aspettavano. Era già successo. Romina raggiunse Stefi, la superò. Romina doveva sposarsi, a quell’ora doveva restare al bar. Cosa diavolo succede? Il mondo era alla fine delle cose, ecco cosa pensai. Le cose, cioè la vita in fondo, i giorni, uno dietro l’altro.

le-baracche

le baracche

Perché vedi, disse un giorno il mio caro professore, le cose succedono e finiscono, in questa irrinunciabile alternanza dimora la tempra dell’uomo ragionevole. Troppo difficile per me, caro professore. Perché usa un aggettivo ridicolo e complicato come irrinunciabile? Non è un aggettivo per la mia età. Lo dico oggi. Lo realizzo adesso. Irrinunciabile.

Romina mi prese le mani. Dietro Stefi disse senza aspettare oltre: è morto.

Allora io guardai l’ora. Poi dissi: alle 10 e 45. Ed era sempre buio. Invece era mattina, metà mattina viscosa a Mazzarrona. Romina stringeva le mie mani. Io guardavo oltre il suo bel viso, le ombre dei suoi capelli. Vedevo le figure muoversi e cambiare forma, simili alle lettere della pagina, e tutto quel paesaggio era finito in una pagina, e il professore leggeva. Io chiesi: posso andare fuori? Lavai il viso, in bagno.

Stefi disse: è morto.

Era giovedì. Alle 10.45 di giovedì. Massimo non è più tornato. Mi sono seduta fuori, sull’uscio della baracca. La finestrella era sempre la stessa, sbatteva nel medesimo ritmo. Ti ricordi Massimo? Quando mi amerai?

Avevo indossato il vestito delle ragazze in primavera, volevo essere come loro. Mi accorsi che era ancora nero.

Mi venne in mente un brano di Pavese, quello dove Gianino e Stefano l’ingegnere al confino bardato di ideologia attraversavano il poggio e i cirri incontravano la terra, gettando le ombre sinistre ché sembrava sera e poi tornava la luce, le schiarite oltre i cirri. Un ritorno, pensavo a un ritorno.

Tornerai?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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