la suburra

Mazzarrona era una suburra. Come il quartiere di San Frediano per Pratolini. Davo le spalle alle case, al campo di calcetto sterrato, al cortile, alle baracche, ai ruderi di quel luogo privo di anima, privo di alcun senso di giustizia sociale. I tossici ciancicavano dei loro stupidi traffici, come se non fosse accaduto nulla, l’inferno era la valle ronchiosa franante che si ripopolava di golem deformi. L’umanità desta lo era per spregio, perché non c’era niente di vivo, dopo Massimo, dopo la sua morte. Dimenticarono presto, uno insieme con gli altri. I ragazzini di Mazzarrona finivano a fare i tossici. Cosa doveva cambiare in quel luogo di castigo? Cosa dovrà accadere ancora, diceva un personaggio di Orwell? I libri mi hanno annunciato anzitempo le disfatte, le sospettose vittorie, e i trofei esitanti, rimediati casualmente. Dietro le baracche frusciava il rigagnolo, la gora trasportava i detriti dell’umanità nera e disperata oltre la baia dentro una cloaca. Era una vita insolente per questo Massimo era morto. Il mio caro professore mi esortava ad accettare le intemperanze della vicenda umana che ancorché travagliata è sempre molto breve in rapporto all’eternità. Diceva. Accettare l’insensato rincorrersi dei giorni senza Massimo.

Finì così, molto rapidamente.  Non volevo sentire nemmeno nominare Morrissey e quella canzone please please please let me get what i want. No non era un buon tempo per il cambiamento. Ed eravamo già in macchina, nella Renault, al primo giro di chitarra, le Marlboro nel cassetto. Massimo.

Mi avvicinai, il nostro bacio. Fu un boato in testa. Boom. Oh, l’amavo. Non avevo ancora provato niente del genere. Era fragile, bianco, però quando stavamo insieme, alle baracche, succedeva qualcosa. E io dopo guardavo verso il mare, lo immaginavo oltre la finestrella che sbatteva noiosamente.

Ricordi, Romina? Romina non c’era, era al bar. Parlavo con lei, come se ci fosse. Il giovedì il jazz. O quella sera, al centro della pista, lui si avvicinava, indossava la camicia bianca allacciata ai polsi. Nascondeva la vergogna, le braccia con le piste. I buchi. Però era bello, di una bellezza magmatica, come la lava che scivola dai fianchi del vulcano incontrava tutti i miei pensieri, li trascinava giù insieme con i suoi, il brillio dello sguardo, ancorché spento, non abbastanza per metterne a tacere le intenzioni.v4

Ragazzo mio, sussurro oggi. Avresti la mia età, o poco più. Ti vorrei raccontare che poi nessuno ha ancora risposto alla domanda di sempre: mi amerai? Saresti stato capace di rispondere oggi? O mi avresti chiesto a tua volta l’origine di una domanda così illusoria. Sappiamo cosa sia l’amore veramente? No, no che non lo sappiamo. Oggi sono sola ancora. Mi sono sposata, sai. Anch’io, non so Romina. Romina è andata via sul serio, un giorno, ma io l’ho preceduta. Non so dove sia. Lei sa sopravvivere meglio di noi. Noi avanzeremo verso le stagioni che tutto allontanano, le stagioni che tolgono, la vita va così no? Diceva il mio caro professore. 

Dovevi studiare, Massimo. Sciocchezze. 

Romina non la vidi per settimane. Ci allontanammo per sopportare il lutto. Non avevamo niente da dire l’una all’altra se non restituirci l’una all’altra il peso di una sconfitta, il peso ingannevole dei giorni buttati. Volevo salvarlo, Massimo. Non ho fatto altro tutta la vita che incaponirmi per salvare qualcuno. Follia. Era follia. Perché non pensare ai fatti miei, piuttosto? Certe notti mi coglie il terrore. Sono di nuovo a Mazzarrona. Non ho sognato Massimo, ma il nero, il tossico che si era gettato sulle rotaie, schiacciato dal direttissimo per Torino. Era morto a causa della volgarità dei suoi congiunti. La volgarità era una peste a Mazzarrona. Quando Massimo è morto, più in là i ragazzini radunavano le colombe con le molliche di pane, un marrano in motoape le avrebbe investite tutte quante. Ridendo sgangheratamente. Per quella volgarità uno può decidere di ammazzarsi. Che farsene di quella vita. Dal primo piano, un  tale sparava colpi di fucile, verso le baracche. Massimo era ancora lì. Ai portici due vecchi litigavano malamente per un debito da cantina.  La vita, diceva, il mio caro professore, dando al suono un tono paterno, pieno di comprensione e fiducia.

Massimo.

Sarei tornata sui libri. Avrei letto e scritto. Per sempre. Tornai a scuola con questa promessa. Le ragazze era felici per qualcosa che doveva succedere. E certamente per loro la vita succedeva sempre con qualcosa di sorprendente giusta per quell’età. Correvano su per le scale, con maglioni di filo colorati, scarpine di tela chiare, jeans  che aderivano a gambe perfette da sportive. Le seguivo frastornata dall’erba che avevo appena fumato. In memoria di una Renault 4 o un pub o un cesso di una discoteca dove finire a botte con qualcuno. Non avrei mai avuto maglioni di filo colorati. O chi si fosse occupato di me. Salivo le scale. Era un giorno di aprile di molti anni fa.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

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