un sogno d’aprile

In classe c’era il silenzio consueto che il caro professore riusciva a stabilire durante le sue belle e partecipate lezioni di letteratura. Ascoltavo a occhi chiusi spesso, con il mento sul palmo della mano. Ogni tanto riuscivo a discettare persino o a esondare in altri argomenti, chiedendo di autori prossimi all’ultimo studiato e che magari avevo scoperto nella libreria di mio padre, così ricca e fornita. Invece che Manzoni, chiedevo di Stendhal. Leggevamo Gavino Ledda o Natalia Ginzburg e chiedevo ancora una volta di Pavese o di Fenoglio. Leggendo la Ginzburg mi riconoscevo nella medesima solitudine che chiamerei asperità, in una fortezza isolata non so come spiegare, talmente ruvida da diventare quasi mascolina. La nostra solitudine. Nostra, di chi scrive. Ma allora non ne ero veramente consapevole. Il nostro rifulgere nella medietà, ecco in cosa mi riconoscevo nella Ginzburg. La scrittura procedeva ma in gran segreto, a dispetto di ogni automatismo, ogni previsione consolatoria. Diventerò questo o quello, mi diplomerò, forse mi sposerò, avrò dei figli, incontrerò un bravo ragazzo. Bravo ragazzo. Sì certo.  Non come i giovani della valle, i compagni. Ci tornavo col pensiero, poi li ricacciavo indietro. Soffrivo per Massimo. Non avevo capito niente. Com’era successo? Come si muore? Era in baracca, mi spiegò Stefi. Allora lo vedevo già. Sì in baracca. Aveva sfilato la cinta dei pantaloni, fissata al braccio. Stringeva, la vena gonfiava, ma era tumefatta, sfruttata. Aveva preparato l’altarino con il veleno. Trovare la vena, infilare l’ago, inoculare. La roba era tagliata male. Stricnina. Così morivano i tossici di Christiane. Massimo tirava il sangue dalla siringa di insulina, saliva il flash subito. Il flash. L’avevo letto già. Tutto previsto, annunciato. Carlo Grimaldi. Un lungo flash. La roba saliva. Le palpebre pesanti. Poi cosa? Stefi diceva che era morto in baracca. Che era meglio che non l’avessi visto. Che l’avevano portato via. Che la madre urlava in ospedale, sul lenzuolo bianco. In obitorio.

Mentre i bambini lanciavano le molliche ai colombi. E il vecchio in motoape vi si gettava sopra come una furia. Ridicolo. Sgangherato. v3

Il caro professore spiegava la lezione di letteratura. L’amore cortese. Chiudevo gli occhi. Un giorno dimenticherò sul serio. E mentre lo pensavo, ero certa che avrei evitato in futuro gli uomini sbagliati come Sandrino, Sandrino de Un eroe del nostro tempo di Pratolini. Mi piaceva Pratolini. Potevo interrompere la lezione del prof e chiedergli cosa ne pensasse di quel repubblichino? O della gioventù tradita e violenta degli anni del secondo dopoguerra. E sarei stata per la classe, la solita ragazzina bizzarra da tenere a debita distanza.

All’ora di ricreazione, Ilaria sedette accanto a me, sul gradone in cortile. Fumavo pensando al colore dei maglioni di filo, quanti colori. Alle scarpe di tela che correvano su e giù, da un lato all’altro. Alla felicità.

Ilaria poggiò la mano sulla mia spalla. Era morbida. Piccolina. La mano di una bambina.

La guardai con tenerezza. Aveva le guance rosse. Mi venne da ridere. Sembrava Heidi. Ridevo. Anche lei, senza sapere la ragione.  Mi alzai, andai verso i cancelli della scuola. Avevo visto un ragazzo, in vespa. Era passato appena da lì. Dissi: Ilaria, aspetta. Andai. Aumentai i passi, corsi. Uscii fuori. La vespa. Era Massimo. Massimo. Ogni suono si smorzava, il sole mi opprimeva bianco e compatto. Era una luce strana. Non era il sole. Il sole di aprile. Era troppo presto ancora. Era come un sogno d’aprile. Come la musica di Chopin che ascoltavo dal giradischi di mio padre e alla fine accarezzavo il vinile. Ilaria mi guardava dalle grate, fissando le mani alle sbarre. Era ancora aprile. Un giorno di tanti anni fa.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

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