come se non fosse passato un solo giorno

Ilaria mi osservava attraverso le sbarre. Aspettava che tornassi, temeva forse che avrei dato di matto a un certo punto. Non avevo pianto abbastanza per Massimo. Ero tornata sui libri, subito. Lasciai le case, quel mondo, non ci sarei tornata mai più. Fino a quando da adulta, una mattina, provai. Tornavo una mattina da adulta, e trepidavo come se mi recassi all’appuntamento con un giovane pallido fragile, bruno di capelli. Mi ero preparata con cura, avevo indossato un vestito chiaro, agganciato i capelli sulla nuca. Ero adulta. Ero bella per lui. Infilai i sandali di corda. Guardandomi allo specchio, vidi una donna fissarmi. Ero io? Ho gli stessi capelli bruni di allora, lunghi, spessi.

Così andai. Trovai il sentiero. Era lo stesso sentiero di allora. Vidi le baracche, i bambini giocare, automobili nuove, il centro sociale, la medesima umanità negletta e sregolata.  Entrai, i cardi graffiavano le mie gambe, come allora. Scesi lungo il sentiero, eccolo il mare, andava a riparare con onde piccole dentro la baia dove vidi gli amanti quel giorno e Romina prese il mio braccio e disse: andiamo. Lo scoglio col fenicottero rosa, la ferrovia. I canaloni, la gora, le baracche. Le baracche. Avanzavo. Le baracche, pensavo. Massimo era dentro, nell’ultimo giorno. Era l’ultimo giorno del nostro amore.  Ma io non c’ero. Stefi mi disse: meglio, meglio che non c’eri. La madre urlava sul lenzuolo bianco. Io dov’ero? Non ricordo. Ero a scuola. Poggiavo il mento sul palmo della mano e il caro professore leggeva con la sua voce paterna e comprensiva. Avanzavo, passo dopo passo. Le spine infilzavano i miei polpacci. Lo stesso castigo morale e fisico. Erano gli anni del deserto. Romina doveva sposarsi.  Era così giovane. v8

I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera. Però eravamo testarde, io e Romina. E c’era il fenicottero. Era magnifico. Stentoreo. Lo guardavamo stupite. Com’era bello. Romina si voltava verso di me e sorrideva. Anch’io sorridevo. E poi dicevamo più o meno: non è bellissimo? E ce lo ripetevamo l’una all’altra, quasi a ricordare l’una all’altra un margine di possibilità, che non chiamavamo fiducia tuttavia. Avanzavo. Ecco, le baracche. L’uscio ancora aperto, sono passati tanti anni. Tremo per l’emozione o la paura. Cerco Massimo. Ancora. Apro la porta e mi si spalanca la luce che attraversa le ombre di un interregno. Fisso le pareti, poi il pavimento. Lattine vuote, flaconi di acqua distillata, preservativi. Immaginai il punto esatto in cui Massimo chiuse gli occhi. L’angolo alla parete di fronte la finestra. La finestra sbatteva con ritmo monotono durante i giorni in cui il vento spirava dal mare. Noi ci amavamo Massimo. La finestra urtava alle misere gratelle. Io cercavo il mare, fuori, da giù, stesa sul pavimento, sopra i miei vestiti, gettati come un giaciglio. E tu Massimo infilavi i pantaloni e io ti guardavo  e ti chiedevo la stessa domanda. Non mi hai risposto bene ancora. Ora dove sei?

mazzarrona

Le case

Era poggiato con le spalle alla parete, verso la finestra, le gambe abbandonate per lungo, il capo crollato sul petto. Dormiva. La cinta stretta al braccio. La camicia aperta. Era bianco. Aveva un’aria tranquilla. Solo dormiva. I suoi capelli bruni erano lucidi, perfetti, il suo fascino distinto, dormiva. Non ho pianto abbastanza allora. Mentre adesso asciugo le lacrime, come se non fosse passato un solo giorno. Ci piaceva fumare dopo, in baracca, dopo che succedeva qualcosa e raggiungevamo il fulcro delle cose, il piacere, il senso della vita stessa, acerba e diffidente. Tornai sui libri. Dimenticai. Ma non avevo dimenticato.

Quel giorno Ilaria stringeva le mani alle sbarre del cancello, in cortile, mi aspettava. Quando tornai indietro la campana era già suonata. Le ragazze del liceo correvano su per le scale. Guardai l’ora, erano le 10 e 45. Mi chiese Ilaria: era lui?

Io dissi: sì. E non era vero.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

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