l’irrinunciabile

L’ultimo mese di scuola studiai con una volontà ottusa, in vista degli esami che volevo superare raggiungendo almeno la piena sufficienza. No, non l’eccellenza, non ero portata per quel grado sublime di preparazione che spettava alle ragazze disciplinate, non alle incostanti o a quelle con il pianto in gola. Io ero una di quelle con il pianto in gola, dopo Massimo. Rimase strozzato a lungo, un singulto, la mortificazione. Fu qualcosa di interrotto che abbandonai da un canto, non ebbi voglia di tornare sull’irrinunciabile e pensavo alle parole del caro professore, alla sua teoria sull’alternarsi irrevocabile di bene e male, di un inizio e di una fine, cioè la vita stessa. Li avevo lasciati tutti alle case e non li rividi più. Fu una separazione brutale, senza commiserazione, senza il tempo di spiegarci, congedarci. Non ci siamo detti addio. L’ultima immagine di Romina me la restituisce sul colle, seduta, la mano sugli occhi. Guardava un punto lontano, come faceva Massimo. Mi aveva stretto, consolato, il lutto scendeva cupo sul nostro stesso respiro, l’orizzonte di piombo concorreva a renderlo disumano, più che mai. Era già successo. E non la chiamammo morte. Solo Stefi ne ebbe la prova e il coraggio per dire:  è morto. Lo disse una volta.

In classe, riuscivo a seguire le lezioni con una concentrazione nuova. Ero pulita. Ecco, sì, lo ammetto. Mi sentivo pulita, libera. E non me ne facevo nemmeno una colpa. Avevo smesso con quell’insolenza. L’insolenza era la vita desolata delle case. Il fumo. L’erba. Gli altri. I compagni. Il loro vociare deprimente, per fatti minimi, biechi, la roba, solo la roba, nient’altro. Le loro mani sudicie, le vene sollevate. Massimo invece era distinto, era un signore. Ma la sua morte mi aveva liberato. Lontana dalla bordaglia. La schiuma, scriveva Pratolini nel suo Metello, riferendosi al quartiere di San Frediano.

L’irrinunciabile, caro professore, era in fondo una fase, superabile per giunta. Così imparai a studiare con la volontà delle ragazze del liceo. Diventai con la morte di Massimo una ragazza, finalmente una ragazza. vera2

Romina sul colle guardava un punto lontano. Fu l’ultima volta che il cielo ci occupava entrambe, i nostri pensieri. Noi dentro il cielo di Mazzarrona, un’ultima volta. La sera Romina tornò nel lurido bar di quella periferia e i suoi giorni erano faticosi e ripetitivi come sempre e forse dentro quei giorni, come noi dentro il medesimo cielo di Mazzarrona, accadde il matrimonio. O forse Romina è partita, realizzando un desiderio, la grande città, il nord. Lei poteva sopravvivere.

Cetty era andata via prima. Era una donna, l’esempio di femminilità che ho cercato di raggiungere nel resto degli anni. I suoi bei tailleur di buona fattura, le ballerine con la punta rovinata. Però i suoi piedi così graziosi, e lei nell’insieme lo era, rendeva ogni dettaglio prezioso, fatto apposta per lei. Cetty entrò in comunità. Era salva.

In classe c’era silenzio.  Nell’ora di latino, traducevamo la versione utile a chiudere l’ultimo quadrimestre. La zagara ci inondava con la sua dolcezza. Una levità che tutto perdonava. Non ero mai stata così desta come in quei giorni. Avevo ripreso a indossare il cerchietto per i capelli e maglioncini chiari. Vestivo poveramente. Ero una ragazza povera per questo stavo bene alle case. La mia povertà era la trascuratezza nel modo in cui si ottenevano le cose. Non le ottenevo mai. mare

Finita la versione, avvicinai la mano al davanzale, accanto al mio banco, ho aperto il palmo, il sole era caldo, sul mio palmo, dal ramoscello piovvero fiori bianchi, sui capelli, sul mio palmo. Mi sembrò in quel preciso momento di raccogliere tutto l’amore del mondo. La luce mi attraversava, poggiandosi sulla pagina del libro di latino. Così mi voltai e trovai Ilaria che mi fissava masticando come una bambina il suo boccone di pane. Mi faceva sorridere di tenerezza, di pietà. Ed era un altro giorno.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

Advertisements