la roba

I pomeriggi guardavo giù in cortile i bambini giocare. Smettevo di studiare e andavo alla finestra. Ero stata una bambina felice senz’altro, a tratti felice. La mia sventura è il dover aggiungere “a tratti”  per non sconfessare l’assunto di un compiacimento coltivato con dedizione fin dalla tenera età.  Essere infelici a tratti e il suo contrario, per poterne scrivere. Questa è la rivelazione. I bambini correvano, il faccino sudato,  la loro autentica libertà era molto simile a quella che con i compagni andavamo replicando alle case. Nelle strade sbagliate. Ed eravamo tutti cattivi maestri, l’un per l’altro. Non avevamo esempi da mostrare come medaglie al petto, volontà, sacrificio. No niente. Eravamo bordaglia. Esattamente, bordaglia, termine che appresi allora leggendo i miei amati neorealisti.ve

Il caro professore di italiano apprezzava le mie scelte letterarie. Erano scelte adulte, da brava lettrice, diceva con un sorriso buono paterno.  Mi sarei preparata nelle sue materie e agli esami non si sarebbe pentito di avermi tenuto tanto in considerazione, con tale appassionata fiducia. Gli esami li avrei superati, non erano difficili. La vita lo era e dopo Massimo cosa c’era di più complicato? Quale fosso poteva farmi paura?

Massimo. Stringeva la cinta con i denti. Tirava su il sangue, l’ago era spuntato. Di chi diavolo era la siringa? Il flash lo colse potentissimo. Il petto bruciava, era una fiamma spaventosa, lo inghiottiva. Le gambe erano colonne di marmo. Sentiva perdersi, qualcosa di lui andava. Perdersi. Fino a tirar su tutto. La roba.

Come avevo potuto lasciarli lì? Non tornare più? Io e Romina eravamo amiche, era l’unica capace di calmarmi, quando il sole diventava bianco e opprimente e Mazzarrona a mezzogiorno era piena di polvere e il clamore degli altri risaliva nella risacca di suoni disarmonici. Le tende ai piani erano grezze, lacerate. Era tutto così povero, così orribile.

Romina mi calmava, salivo in casa da lei, sedevo in cucina. Lei finiva di pulire. Io fumavo. Lei cantava le canzoni popolari di quello stupido pop melodico e mi calmava.  Erano tutti amori finiti male, canzoni sentimentali. L’ultimo giorno sedemmo per guardare il mare allontanarsi verso l’orizzonte che si sporgeva sempre più in là. Stefy fissava oltre la baia il medesimo punto, a gambe divaricate, le braccia lungo i fianchi. Romina sedeva sul colle di lamiera, fumava. Io ero in cima allo strapiombo, metafora ordinaria della mia vita vista per intero. E’ morto.

E’ finita. Pensai allora.

Guardo sempre dalla finestra. L’abitudine quotidiana di sedermi al davanzale e guardare fuori è l’unica promessa che sono riuscita a mantenere. Così torno ancora da loro. Li vedo già. Massimo è lì, per una volta ha una presa decisa. Vuole afferrare le mie mani, scuotermi. Esce dalla baracca. La camicia a posto. I pantaloni chiari. E’ vivo.

Romina beve, ha una bottiglia in mano. E’ gin. E’ ubriaca.

Il mio caro professore mi abbraccia così forte che mi manca l’aria. Mi dice: brava. Io trattengo le lacrime. Ce l’ho fatta. E lui dice: ce la farai sempre. Non credo che lo pensi sul serio, non sono come Romina. Ilaria corre giù per le scale. Maldestra. Sorrido. E ogni volta che la vedo ricordo la mia età, e mi dico: non sei così vecchia.

Ce la farai sempre, dice il caro professore all’uscita di scuola di un giorno di giugno di tanti anni fa.  Alle case, il mare brillava, nel mese di giugno. Brillava come se tutte le stelle del cielo vi fossero precipitate in un tripudio improvviso. Contava solo la roba per Massimo. Forse mi amava. Le sue mani ossute si allungavano verso di me. In baracca succedeva qualcosa, io volevo parlare e lui diceva: zitta, adesso stai zitta. Poi mi baciava.

(Fine)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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