come Amy

Sono giorni che penso a Amy. Mi basta riascoltarla una sola volta. Sono mesi, anni forse, dopo la sua morte, che non ho più voluto ascoltarla. Con Amy torno in un luogo segreto. Malgrado per tutti non lo sia. Mi sono persa nei corridoi di un grande supermercato, guardo tra i ripiani, nei ripiani vedo tutta la mia vita ordinata, amata. Sento un profumo speciale, è la vita che mi raggiunge, fatta di cose pratiche, un pollo che gira allo spiedo, la marca dell’ammorbidente che piace a me, lo stesso ammorbidente che profuma nei maglioncini del mio bambino. Il mio bambino lo è ancora in quel luogo. Mi torna in mente Amy, a quasi un mese dalla sua morte, dall’anniversario. In Rehab mi sembra piena di roba addosso, la vedo con questo sguardo. Non riesco a reggere oltre il video, i suoi occhi, l’assenza che  mi sorprende uguale, il suo Blake. Il suo castigo. Doom. Torno in un luogo, giro per i corridoi, sfioro altri carrelli. Sono assorta, è lo stesso profumo. Sono fantasmi. Quando penso a Amy succede tutto questo. Sono ancora io, siedo fuori, c’è una panca, il parcheggio di un centro commerciale. Fumo, ho una specie di sussulto di adrenalina, penso a tutte le cose possibili, e sono già finite. Dalla radio arriva la sua voce. Back to black.  C’è qualcosa in quel tempo e in quel luogo che non riesco a tradurre, una profezia pagana. La cattedrale pagana.

Lasciatemi con i miei fantasmi, mi fanno compagnia volentieri, non disturbo nessuno, non faccio del male a nessuno, nemmeno a me stessa. Ora è il tempo di raccontare. Ogni tanto mi piace tornare in quel luogo, con Amy.

Non salivo in scala mobile, ora lo faccio. Non temo le scale mobili. E’ un traguardo, raggiunto da sola. Così alla fine delle scale mi sono voltata indietro, e come in un sogno, non ho visto nessuno. Non c’era nessuno.

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