Su Letteratitudine

di Simona Lo Iacono

La testa era come quella di un neonato, venata di ciuffi e abbandonata sul seno di lei. E le mani la stringevano convulsamente, come se quella ragazza bella, aperta, calda di dolore, non fosse più, né mai fosse stata, l’amata, ma una genitrice che consolava e che tendeva le braccia. La più perfetta delle donne: una madre.
La valigia, poi, non tradiva neanche per un attimo il passato sventrato, le peregrinazioni stanche in cerca di lavoro e futuro, lo spaesamento che lo coglieva innanzi alle città nuove, la cui opulenza lo feriva.BannerTomassini
Era piuttosto la valigia di un pellegrino, odorosa dei panni che lei aveva lavato e stirato con cura, da cui svaporava il sentore della lavanda e del pulito. Tra le poche cose che portava con sé c’era anche il rosario, la foto di Papa Wojtila, la Bibbia nella lingua dei padri: il polacco.
Masticarla e dirla, quella lingua, consolava ed alleviava lo sradicamento, lo restituiva all’origine, come se tornare a casa volesse dire, semplicemente, pregare il Dio dei morti con parole domestiche: un atto di tregua misericordioso e insondabile, simile a quello che proveniva dalle braccia aperte sulla croce.
Ma per il resto, la misericordia non era degli uomini, solo di lei, dello sguardo che sorvolava sulla sua imperfezione, sulle macerie. Perché proprio in quelle sbeccature, proprio in quella sua fragilità scomposta, lei trovava un motivo per amarlo.
Si era sempre chiesto come facesse, ma adesso che la malattia l’ha travolto, il tempo delle domande è terminato, semmai è tempo di memorie. E poi, è anche tempo di restituirle la tenerezza con cui l’ha desiderata, quel campo minato in cui si erano trovati nonostante tutto.
Ecco, questo era l’unico coraggio che si era concesso: farla sua, esistere in lei.
La malattia si era quindi trasformata in un tempo di tregua. Un tetto sulla testa. Biancheria pulita. Tre pasti caldi e il conforto di una coperta. Non più quel trascinarsi ai limiti delle stazioni, davanti a passanti indifferenti e arrabbiati, che sostavano su di lui per il tempo, infinito, di un attimo.
Non più quell’elemosinare, quell’arrabattarsi per rimediare una bottiglia da cui tracannare un tepore, la forza che non aveva, o il bisogno – finalmente confessato – di far affiorare alla bocca la violenza della propria estraneità.
La malattia gli regalava ora un luogo, un tempo, persino braccia che si trasformavano. Una carezza del Padre, pareva quella malattia, un Padre dolce come una donna abituata ai riti dei defunti, ai parti e ai battesimi.
Costruito come un flusso struggente e poeticissimo, “L’altro addio” (Marsilio) di Veronica Tomassini regala la figura di un uomo irrequieto, ai margini, impastato di ricerche difficili e di straniamenti. Ma fa splendere su quest’uomo anche la voce della sua donna, che pur avendolo amato come un adulto, sa tenerlo in grembo come un bambino.
Nel momento del congedo finale, questa donna sa che restituire dignità a chi sta morendo, vuol dire ricordare, costruire la sua storia, accordargli la compassione di Dio. Come se seppellire un morto, equivalesse a prendere per mano un figlio tornato innocente, che traballa sulle babbucce troppo strette.
In questa alternanza tra uomo amato e bambino ritrovato, e nel passaggio doloroso, purissimo, che la donna compirà per restituire il proprio compagno all’infanzia e alla morte, Veronica Tomassini affonda nella parola con grazia altissima, levando un canto incessante, teso e compatto, una preghiera e un singhiozzo.
Infine, tutto si compie, il trapasso liberatorio, la carne slegata, la fragilità di una vita intera trasfigurata in esodo. Le campane scoccano, e l’uomo è tornato figlio, l’irrequietezza è stata disarmata, il suo sciogliersi a quel Padre è come una resa dolcissima, definitiva. Un altro addio.

(30 giugno 2017)

L’originale qui:

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2017/06/30/laltro-addio-di-veronica-tomassini/

 

Advertisements