ho iniziato così

La scrittura è diventata una professione imprevedibilmente. Nonostante gli indizi rimediati lungo tutta una vita. Le letture. Ne ho parlato fino alla nausea. Avevo 25 anni. Non avevo idea nemmeno di chi fossi. Mi sentivo l’incarnazione di un errore. Esperimento mal riuscito. Ero proprio morta dentro. Vecchia. Non avevo passioni, zippate da qualche parte, avevo smarrito il luogo. Tutta colpa della gente che avevo voluto frequentare. Ignoranti. Di quell’ignoranza simile a un rutto, il disagio procurato simile alle risate coatte da Drive in.

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La redazione di allora

Faceva un po’ tutto ribrezzo. Fisicamente ero un mucchietto di ossa.  Un amico mi chiese un favore: sistemare l’archivio di una redazione. Quattro giorni a gattonare in uno stanzino, recuperando e sistemando in ordine cronologico migliaia di giornali. In quella redazione rimasi per anni. Le prime cose che scrissi erano pietose, il caporedattore depennava e stracciava, c’erano i preistorici menabò allora. Avevo una macchina da scrivere pesantissima, il caporedattore mi rimproverava l’uso degli avverbi e degli aggettivi. Urlava: sei solo una cronista, chi sei tu per usare in un pezzo “finalmente”? Chi lo dice “finalmente”? Perché? Urlava. E’ iniziata così. Mi occupavo di storie sociali. Era il titolo di una rubrica, “storie sociali”, pleonastico. Andavo in giro con una polaroid al collo. Mi infilavo in fondaci maleodoranti nei quartieri peggiori, per raccogliere le disgrazie degli altri. I miei pezzi grondavano pietismo. La notte frequentavo posti orribili, la mia vita privata era una roulette russa. Affinai l’arte del cinismo, della compiacenza e dell’opportunità di far della necessità virtù. Sacerdotessa dei perdenti e dei cosiddetti brutti ceffi, ieratica nella sfiga, avventurosa, innocua, patetica. Ero dentro la scrittura. Non pubblicavo romanzi, ma vivevo moltissimo. Guardate ci vuole il fisico, come si dice. Stress fisico e emotivo non indifferente e a vent’anni o poco più ce la puoi fare.

Il problema è che il nostro sguardo non deve volgersi altrove, ma lo facciamo continuamente, fissarsi un passetto in avanti e basta. E di tutta questa scrittura, di tutti questi anni, non si è costruito niente nella concretezza. Rimango una che non ha nulla, non può progettare nulla, una che ha vissuto di “sentimenti” e non può permettersi un week end al mare. Non ho la vocazione dell’attesa, malgrado non abbia fatto altro nella vita. Ho un ultimo romanzo da collocare poi si vedrà.

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