Un lettore (parte terza)

di Antonio Danise

Posso cominciare a leggere aprendo una pagina a caso, senza perdere il filo del discorso. È fatto così questo libro, è il tuo romanzo, non c’è un inizio e una fine nella narrazione.

Se penso che un giorno non ci sarò più, sono contento di averti conosciuta. Ops! Ormai l’ho detto. Forse è un’esagerazione, ma qualcosa dobbiamo pur portare con noi in quel mondo, dopo l’estremo addio.

Questo caldo mi distrugge, ti leggo all’alba, quando le voci ed i rumori sono ridotti al minimo, per sentire meglio la tua vicinanza, per ascoltare i tuoi dolori, per meglio percepire i sussurri che galleggiano in mezzo alle parole.

E poi, questa violenza dei sentimenti, è qualcosa che mi manca. Negli ultimi tempi (anni? e quanti?), sono stati pochi i momenti memorabili, quelli che sono rimasti, che hanno lasciato un segno in me, una qualche memoria. I momenti di intense emozioni, di forti sentimenti li posso contare sulle dita di una mano, non arrivo a quelle di entrambe. A te queste cose le posso confessare. Tu mi puoi capire, sono sicuro. A me basta prestare la giusta attenzione alle cose che scrivi, a quello che dici, e soprattutto a come lo dici. Non ci sono segreti, sei un libro aperto, racconti tutto di te, come fosse la cosa più normale, del tutto naturale. Ecco perché mi soffermo a lungo su alcune frasi, perché a leggerle distrattamente sfuggirebbero concetti importanti, e invece non voglio perdere niente di te. Anche a costo di leggere e rileggere e poi riprendere a leggere e a rileggere ancora, come se pronunciando certe parole riuscissi a ritrovare almeno un poco di te, un briciolo della tua identità, un frammento sia pur minimo della tua coscienza. Sarebbe sufficiente, sarebbe già qualcosa per farmi andare avanti, per giustificare la lettura, che poi sarebbe un po’ come dire la vita, sì, o il vigore di taluni sentimenti mai sperimentati. Non della speranza, o della nostalgia, che quella l’ho sempre avuta, soprattutto di un futuro almeno decente, non voglio dire radioso.

 

Erano anni che non sottolineavo un libro. Con il tuo ho ripreso questa pratica. Per evidenziare alcune frasi. Per ricordarmele, per rammentarle, per segnalare che è là che più devo cercarti, è dentro quelle parole che posso trovarti, che posso ritrovarti. Il rischio è quello di incidere il libro con un’unica sottolineatura, dall’inizio alla fine.

Allo stesso tempo, però, vorrei anche non continuare, perché andare avanti nella lettura significa avvicinarsi alla conclusione di questa avventura. E sarebbe una disgrazia. Dove troverei più la forza per affrontare un nuovo giorno? Il vuoto che rimane?

Sto nuovamente esagerando? Forse, lo spero vivamente, altrimenti sarebbe davvero la fine, la fine di tutto, la fine di ogni cosa, della ricchezza, dell’autentica bellezza, la fine di ogni domanda. E cos’è la vita senza interrogativi? La vita di dentro? Quella di fuori? Laddove il confine è una linea sottile che fa la differenza tra esserci e non esserci, tra vivere e sopravvivere, tra il presupporre la consapevolezza dell’abisso in cui a volte anch’io sento di sprofondare e una resurrezione auspicabile ancorché difficile da ottenere o raggiungere.

Avrai notato che il tuo lessico mi contagia, le tue riflessioni spontanee, del tutto naturali, scavano gallerie profonde dentro i miei pensieri, si fanno strada in me fino a plagiare finanche le considerazioni più semplici sulle pagine che ho di fronte. Mi perdo dentro le parole, mi incantano le costruzioni, ancor più le ricostruzioni che stimolano.

Come può starci così tanta ponderazione, un equilibrio pressoché perfetto, nelle frasi che leggo? Un incastro armonioso dove non sarebbe possibile togliere nulla senza stravolgere il senso. La conseguenza sarebbe un franare irreparabile, una caduta rovinosa, un precipitare a cascata verso qualcosa di inafferrabile, anche di incomprensibile.BannerTomassini

Ci vuole un po’ di pratica per rendersene conto, ma una volta realizzato, sembra un gioco da ragazzi, entra in ballo la matematica che, finalmente capisco, in maniera inequivocabile e definitiva, non può essere in nessun caso un’opinione. È questa scrittura la quintessenza di una perfezione che rincorro da una vita, ma ho ancora molto da imparare, prima di scalare i vari pianeti verso cui tendo inutilmente da tempo immemorabile. Non immaginavo che la soluzione fosse così facilmente a portata di mano, che non dovevo andare lontano, che era possibile trovarla tra le pagine di un libro, tra queste pagine.

Sì, tu vinci sempre, e a me non resta che rincorrerti, e non è detto che riesca a raggiungerti, nemmeno dopo accurate analisi e attente riletture. Sfugge sempre qualcosa, un particolare, un’intonazione, un dettaglio. Diventa difficile seguirti negli scarti, nei rapidi spostamenti senza preavviso, avanti e indietro nel tempo, tanto da ritrovarmi in un batter d’occhio in un altrove imprevisto, col risultato che mi tocca nuovamente ricominciare, rifare l’abitudine ad un altro spazio, una nuova dimensione.

Equilibrio instabilmente stabile, posso sintetizzare così il pensiero, questa la valutazione che mi piace fare del tuo modo di costruire la frase, di modulare il pensiero, di ordinare i ricordi. Ed è anche lo stato d’animo in cui mi ritrovo dopo una sessione di lettura, con l’aggravante di una confusione mentale che, se da un lato mi tiene in vita, allo stesso tempo però fa apparire precarie quelle poche certezze che pensavo di avere prima di affrontare l’impresa della lettura.

(continua)

Advertisements