Un lettore (ultima parte)

di Antonio Danise

Lo sapevo ancor prima di comprarlo. Quando cominciavo a leggerlo non ci avrei capito molto. È successo così anche col primo, un po’ di anni fa. Devo farci l’abitudine, devo allenarmi al tuo ritmo, e anche al vocabolario.

Io comincio a leggere, sapendo però che non serve a capire. La prima lettura è così. E forse anche la seconda. Ci sarà un momento in cui comincerò ad intuire i tuoi pensieri. O quello che hai voluto dire. Adesso è solo pronunciare concetti che non afferro, parole che faccio fatica a capire. Devo farci l’abitudine. Devo entrare in confidenza. E ci vuole molto.

La lettura dei tuoi testi non è proprio una passeggiata. Non hai un carattere facile, almeno a prima vista. Le parole sono pesanti, pregne di contenuti, ricolme di svariati significati, intrise di tutto il sudore che ti è costato concepirle. Le frasi sono zavorre pesanti che mi gravano addosso, che mi buttano giù, in attesa e nella speranza che acquistino una levità in cui ho desiderato fin dall’inizio nuotare e finanche perdermi, come se così facendo potessi ritrovare una parte di me, in ogni frase, in ogni periodo, in ogni pagina, da cui non riesco ad allontanarmi, a staccarmi definitivamente, perché le cose che scrivi non possono scomparire voltando pagina, o quando si arriva alla parola fine.BannerTomassini

Mi sono fatto l’idea, o meglio, mi piace pensare che leggere il tuo libro è come affrontare un viaggio della speranza. Minima speranza, per la verità, ma pur sempre qualcosa. In un senso vuol dire niente, per un altro verso una qualche speranza mi auguro di trovarla, sì, insomma, di incontrarla, anche in maniera virtuale, qualcosa di effimero forse, chissà, sia pur un viaggio accidentato, come quello del protagonista, per nulla confortevole, che potrà lasciarmi con l’amaro in bocca, e anche con un senso di smarrimento oppure farmi intravedere un bagliore tremolante in lontananza.

Sento che devo proseguire, anche se non capisco molto. Del resto, chi sono io per interrompere questo processo? Mi voglio immischiare in tutti i modi nelle tue faccende, voglio conoscerti, conoscerti meglio, per questo non devo lasciarmi sfuggire l’occasione. Stavo per dire, non voglio sperimentare un altro addio, ma forse non è il caso, suonerebbe come una profanazione, qualcosa di irriverente.

L’importante comunque è restarti vicino, tallonarti, sì, non devo lasciarti allontanare. Solo così potrò imparare qualcosa da te, sempre che infine ci riesca, nel leggere il tuo libro, che sarebbe come dire, seguire la tua storia, perché, nonostante tutto, nessuno mi può togliere dalla testa che questo romanzo può essere considerato autobiografico al cento per cento. Non che penso che tu abbia vissuto tutte le storie che racconti, e nemmeno che abbia riversato nelle pagine gran parte di te, o forse è anche così, ma non è questo il punto. Penso che dentro c’è una buona fetta della tua vita, tradotta, travisata, tradita anche, o forse.

Ognuno ha qualcosa da raccontare di sé, ed anche un modo per farlo, un punto da cui cominciare, tante cose da dire e altrettante inevitabilmente da tralasciare. La scrittura non può essere la trasposizione pedissequa della vita, e neanche di una sola parte, per quanto la si voglia delimitare. Il capitolo primo comincia sempre nella vaga e indistinta media res di qualcos’altro, anche se, ovviamente, in principio c’è sempre qualcosa.

Il tuo inizio non è uno qualunque. Forse un sogno che, tuttavia, a me non è chiaro. Appare indistinto, intenzionalmente enigmatico, e contribuisce a creare quel senso di mistero che potrebbe catturare l’attenzione di chi legge, con un particolare di poco conto o un dettaglio all’apparenza insignificante.

Continuo a leggere, a rileggere, a ricominciare daccapo, come se così facendo riuscissi a penetrare nel tuo mondo, in quello di chi ha scritto, ma anche in quello di un narratore che rimane ancora nell’ombra, nelle nebbie di un’incertezza che, comunque, fino ad ora, è la sola molla che mi stimola ad andare avanti, a proseguire nella lettura, ad affrontare questa avventura.

Ma, ho detto fino ad ora? Ma fino a quando, se non ho ancora cominciato? Se non mi sono mosso dalle prime righe, dalle prime parole? Riuscirò a superare questo scoglio? A rompere il diaframma che mi separa da una lettura consapevole? Riuscirò ad entrare nei tuoi pensieri? O forse sei tu che non ti lasci penetrare tanto facilmente? Che hai innalzato delle solide barriere a tua difesa? Vorrei sapere tutto questo, vorrei trovare le risposte a tutti i miei quesiti, ai miei dubbi, e non solo a quelli legati alla lettura di questo libro.

Ho deciso. Vado avanti lo stesso. Nonostante di tanto in tanto ci siano dei vuoti che non so colmare, fiducioso che presto riuscirò a riempirli. È così che si deve fare. Anche nella vita, dove, è vero, può essere più rischioso, ma, come si dice?, l’audacia rappresenta il sale che rende appetitosa un’avventura, senza cui tutto sarebbe piatto. L’alternativa è la paralisi, la non vita.

Diffidenza è il sentimento che provo, che ho provato fin dall’inizio, fin da quando ti ho conosciuta. E poi sospetto ed anche timore. Reverenziale, sì, perché sei una donna, perché sei una che scrive , perché tu sai tutto di quello che racconti mentre a me nel tuo mondo tocca entrarci in punta di piedi, senza rumore, per non rovinare tutto, un rischio che non voglio correre. Come si entra nella vita di una persona che non si conosce, senza nemmeno sapere se me ne abbia dato il permesso, a me, e non ad uno qualunque, solo a me, non ad uno dei tanti tuoi lettori, esattamente a me.

Perché di cose me ne dici, lo sento, e tante anche. Dovessi riportare il dialogo che si svolge tra noi due nel corso della lettura sarebbe una sfilza ininterrotta di botte e risposte fra te e me. Ma io preferisco il discorso indiretto, attraverso cui faccio passare i miei pensieri ed anche i tuoi, ma non solo, anche quelli di chi vuole intervenire, di chi vuole partecipare a questo gioco. È di questo che vivo.

I miei pensieri corrono rapidi, non riesco a seguirli. Vorrei stare al passo con le tue parole ma ogni volta o mi soffermo troppo per cogliere le mille sfumature che contengono, oppure sono già più avanti, a immaginarmi scenari, a prefigurare cosa succederà fra un po’, nella frase che segue, nelle pagine che vorrei già scoprire.

Non sto sul pezzo. Sempre prima o sempre dopo. Non so come si chiama questo disturbo. Ma che importa il nome? Avverto una scollatura tra quello che leggo e ciò che le parole rimandano, una frattura insanabile, un rincorrere faticoso che forse non mi porterà da nessuna parte. Cosa resterà di te?

Ad esempio, volevo dirtelo, che la confusione di chi racconta la storia della tubercolosi che è roba da Mimì della Traviata, non è che mi convince molto, o più precisamente non l’ho capita. E anche che lo sradicato che si arrende al lemure non è un concetto che mi appartiene, diciamo che mi sfugge, mi è ostico, abbastanza incomprensibile, intraducibile e anche impronunciabile. Però a volte mi fisso, mi ostino a voler capire a tutti i costi. Ecco, è a questo che mi riferisco quando dico che voglio penetrarti, cioè che vorrei entrare nei tuoi pensieri, vorrei essere te, per capire come si possa scrivere così, come si possano elaborare certi concetti e poi esprimerli proprio con quelle frasi, esattamente con quelle parole, come sai fare tu. È chiedere troppo?

Ed è anche per questo che vorrei conoscerti, per chiarire i tanti dubbi che nascono in me dalla lettura del tuo romanzo, che però forse non può essere tout court definito semplicemente romanzo. C’è molto di più là dentro, c’è la tua vita, e sicuramente da adesso in poi anche una parte della mia, quella che mi vede come protagonista in questi giorni di lettura attenta, che prova ad analizzare ogni tua frase, ogni parola. Non sempre mi succede quando leggo. Ci dev’essere qualcosa che ci lega, o che quanto meno ci fa stare su uno stesso piano, che pure vorrei scoprire.

La nostalgia è una seduzione. Forse sta in questa frase la chiave per capire il legame che mi unisce a te.

 

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