Monthly Archives: September 2017

Un brano

“(…)Il centro di accoglienza sorgeva in centro, ultimo piano di un palazzo di nuova costruzione. Il portiere sorvegliava chi entrava e chi usciva con uno zelo sospettoso. Nella bacheca della guardiola c’era scritto su un foglietto adesivo: non oltre le ventuno. Ti fece un po’ ridere tutto quel che regnava sotto quel “non oltre”. Non oltre le ventuno: smettere di fare casino, di bere, di essere barbaro e solo, di sputare in terra, di professare la nostalgia criminale, la solita nostalgia, il verme che nutrivi in corpo, la serpe. Salisti, terzo e ultimo piano, scale pulite, brillanti, odore di buono, di normalità. Le pareti bianche ti accolsero, un paio di africani uscivano in quel mentre, ti salutarono con allegria. Rispondesti cupo. Non ti piacevano gli altri, era un fatto. Non ti piacevano più. Il volontario ti disse di accomodarti, che avrebbe controllato il registro, il numero di posti ancora disponibili, che lo aveva chiamato la suora dalla Caritas de L’Aquila, che c’era da vedere, non era facile, troppa gente, quanti siete, e non vi si sfama mai mai. Era nervoso, ti parve, no era avvilito, era avvilito ché a stare coi lerci si perdeva la pazienza e si cominciava a puzzare, e si era carogne d’un colpo; tu che andavi in giro con i vestiti cuciti dal sarto, in taxi con le tue puttane da night, le tasche piene di zloty, tu puzzavi come i lerci.  Sedesti sul divano di finta pelle, le gambe larghe, guardavi i pavimenti, le venature del marmo che incrociavano strane strade, strane complicità con altre venature ed era un intrigo che ti affascinava, inducendoti al sonno. Eri ubriaco. L’altro ti guardava, gli altri ti piacevano sempre meno. L’altro ti diceva qualcosa, vediamo, sì forse, una notte amico, una però, niente alcol amico, diceva l’altro. L’altro indossava una polo fucsia e un blazer scuro, viso stanco, anonimo, un viso anonimo e stanco. Dormivi da ubriaco, ma eri anche desto in un certo qual senso, recepivi tutto, eri sempre nei guai nella tua sottopercezione, e lì in quell’infimo segreto di coscienza pativi il danno, l’affronto, lì in quell’infimo segreto eri senza pelle. “Ok, amico. Fatto. Stasera entro le ventuno, altrimenti rimani fuori”. Entro le ventuno, le ventuno, i suoni detonavano, le parole, già udite, sempre le stesse, le ventuno, ridevi, ma non ridevi, ridevi nel tuo sonno da ubriaco, nella tua disperata resa, le ventuno era un messaggio in codice, entro, oltre, parole nuove e sempre uguali, Italia, questa è Italia amico, apristi gli occhi. Di nuovo le pareti bianche, fisse, ti tendevano al riparo, provasti ad alzarti, barcollavi, ma eccoti diritto. Il volontario ti guardava in tralice, fingendo di apporre firme nel registro che aveva davanti. “Posso andare a letto, amico?”. No, rispose l’altro. No stasera, entro le ventuno. Dormire finalmente,  e che sia la morte, ti auguravi. Così dormivi, dormivi. Sono stanco amico. L’altro scuoteva il capo. Amico fammi dormire. Il volontario segue certe regole. Il terzo piano è un dormitorio, non un centro di permanenza, il centro di permanenza è al secondo, lì ci vuole lo status di rifugiato sennò non entri. Facesti un cenno col capo, era un saluto, una imprecazione al tizio col viso stravolto, tutto impegnato a tenere in ordine il registro delle entrate e delle uscite. In tasca avevi ancora qualche euro, potevi pagarti un paio di birre. “Saluto amico”, la tua voce roca emanò giù per le scale. Pescara era fredda. In strada ritrovasti le luci del giorno ancora più mogie, ed era una fortuna, la testa ti faceva male, non eri abbastanza ubriaco. Ti offrì da bere un rumeno di Sibiu, scuro come un rom. Beveste fino al tramonto, seduti sotto un cavalcavia appena fuori dalla città. Era un luogo di bivacco per molti stranieri, riconoscesti anche qualche polacco, ma tu con i polacchi avevi chiuso, i polacchi in Italia portavano guai. Ardeva un piccolo fuoco, i polacchi cocevano le loro brodaglie e bevevano vino di quart’ordine, c’erano arabi e africani sdraiati su vecchi materassi a fumare le pipe di crack. Ti sembrò davvero la fine, il luogo peggiore che avevi mai visto, peggio della casa occupata con Wojciech e Jaruzelski, peggio del parco di Siracusa e del vagone in cui certe volte dormivi con Crystina e altri barboni. man-618344_960_720Erano le facce a suggestionarti, facce vitree forse cattive su cui la vita si adombrava, non c’era vita in quelle facce o c’era solo la più violenta. Il rumeno di Sibiu parlava della sua famiglia, del suo viaggio per l’Italia, le solite cose, le frontiere, i dollari cuciti all’interno del giubbotto. Viveva in un povero sobborgo rurale, aveva un pezzo di terra e tre mucche. Il rumeno raccontava delle tre mucche e gli venivano le lacrime. Si incazzava quando parlava della moglie che lo aveva tradito e ora stava con un vedovo di Valea Seaca. I figli erano finiti in orfanotrofio, poi taceva. Il rumeno taceva su uno di loro, su Florin. Florin si era impiccato, aveva undici anni,  si era impiccato per la nostalgia, la tua stessa criminale nostalgia, Florin si era impiccato. Salì su una sedia, prima tolse gli occhiali che gli cadevano sul naso, le candele accese sul tavolo della misera cucina della nonna. Scalciò la sedia. Pensavi al figlio della Polonia, quello che aveva diciotto anni oramai. Non c’era molto da fare. E il ragazzino italiano, il figlio italiano. Bevevi per questo, che menzogna. Bevevi e basta, eri un barbone, bevevi. Tornasti in dormitorio entro le ventuno. Ripetevi entro le ventuno, un mantra, ma ridevi ridevi. Soltanto l’ubriachezza ti dava la misura di quanto tormento covassi. E l’ubriachezza lasciava che il danno corresse, fuggisse oltre. Entro le ventuno varcasti la porta del dormitorio, il volontario non era quello della mattina con la polo fucsia e il blazer scuro. Ti guardò. Non sono ubriaco, biascicasti. Giocasti troppo d’anticipo. Allora lo sei, amico, disse l’altro. Oh, gli altri non ti piacevano.  Fammi dormire, amico, implorasti. Non era tua abitudine implorare, elemosinare, non implorare, chiedere senza emotività, non implorare. Via, per favore, insisteva con fermezza l’altro. Amico, ti prego. Entrarono gli africani, salutarono con allegria. Ti stavano sullo stomaco gli altri, gli africani, quelli che salutavano, il volontario con il blazer e questo con la barba incolta e i capelli lunghi. Non amavi le risse, non dovevano provocarti. Amico, fammi dormire berciasti. L’amico scosse la testa e digitò i tasti sul suo cellulare. Se qualcuno andava di matto, bastava un secondo e intervenivano le forze dell’ordine, ci voleva poco. Il tizio ti fece saltare i nervi. Cazzo, ho sonno urlasti, kurwa, jestem zmęczony. Ti agguantarono dalle spalle, coraggio, andiamo, ti disse l’agente, mentre  il collega ti marcava stretto. Da dove erano sbucati? Maledetta Italia, imprecavi nella tua lingua. Italia, dove  sta cuore buono di Italia?  Nel delirio incespicava persino il tuo italiano quasi perfetto. Coraggio coraggio, esortava l’agente.  Faceva freddo, ti condussero in caserma, per le impronte e le procedure che conoscevi bene, niente foglio di via stavolta, eri un regolare. In gazzella guardavi le luci della città e delle fabbriche. Ti addormentasti, speravi per sempre. Un sonno perenne, che fosse la morte non ti fregava granché(…)”.

copertina Marsilio

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Raccontare l’amore

Provo a immaginare una storia d’amore borghese e penso subito a Dino Buzzati di Un amore. Non è una relazione tradizionale, tuttavia. La Laide ostile e adolescente traduce l’elemento dello scandalo. Lo scandalo è necessario per raccontare un amore. Odiavo la Laide, forse anche per questo vezzo molto neorealista di anticipare il nome del personaggio con un articolo. Il che fa molto anni ’60, gli anni del boom, delle auto veloci, dei primi elettrodomestici, di certa edilizia popolare manifesto ingiusto di un proletariato pregno di una forza ribelle e brutale o placido come vasi di gerani noiosi sul davanzale, ballatoi in comune, l’odore di minestra e cavoli che si emana dalla rampa su per le scale. Penso al condominio dei miei nonni umbri. Quel condominio lo amavo.  Ma devo raccontare una storia d’amore. Borghese, normale. Non è come attraversare un binario prima che il treno deragli, attraversare lo stesso il binario, sfidare l’incorruttibilità e i suoi grandi argomenti, vita morte amore appunto, infrangendo tutte le regole.

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Ma un amore può succedere, anche nella fugacità, nella brevità, sconfessa gli antichi scandali, ne produce di nuovi. Ma è troppo presto perché io ne possa raccontare in un romanzo, posso solo immaginare e se fossi appena un po’ più scaltra proverei piuttosto a dimenticare. I piani si sovrappongono, come sempre, la realtà, le nostre proiezioni. Sono abbastanza stanca delle mie proiezioni. Ecco la Laide non mi piaceva, non mi seduceva, si vendeva in un postribolo d’alto bordo, in un quartiere residenziale milanese. Lei non aveva niente della posa drammatica e succinta dell’Andreina di Moravia ne “Le ambizioni sbagliate”. La pelle bianca di Andreina, le braccia morbide, il nero luttuoso a contraddire l’ingannevole innocenza, me la rendevano tragica, nelle forme di un’ossessione, un parametro che avrei voluto raggiungere, possedere. Era tutto arrendevole e amorale in Andreina, aspro e assente nella Laide di Buzzati. Entrambe evocavano lo scandalo, l’elemento che dovrei costantemente osservare durante la stesura di un nuovo ipotetico romanzo. Cosa sia l’amore? Non lo so, tutto quel che sapevo vorrei che fosse restituito da altro materiale. Vorrei vivere ancora qualcosa di simile, ci sono andata vicino. E invece, non troppo tempo fa, l’idea era quella di raccontare una donna nell’attesa finale, il suo sguardo proteso verso la vita degli altri, con attese vere, dinamiche, non come la sua, inutile e malinconica. Un post abbandono che comunque adesso mi è venuto a noia.  Immaginate il turbamento del signor Swann di Proust in carrozza verso Prévost, pensa alla sua Odette, alla sua irrevocabile assenza, il più temibile degli assedi, ora la sua libertà era affamata di catene, “l’attimo antico che l’attrazione d’un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare” (La strada di Swann). Devo raccontare una storia d’amore malgrado ne indossi le ombre più deteriori. Non sono stata amata. Sono stata amata. Quesito veloce, antico anch’esso, a cui non risponderò più, le molte ipotesi si riducono al solito bivio: sì, no. In definitiva non è interessante la risposta, oggi che mi riconosco nella ostinazione visionaria della Bess di Von Trier, imperdonabile vestale. L’imperdonabile.