Raccontare l’amore

Provo a immaginare una storia d’amore borghese e penso subito a Dino Buzzati di Un amore. Non è una relazione tradizionale, tuttavia. La Laide ostile e adolescente traduce l’elemento dello scandalo. Lo scandalo è necessario per raccontare un amore. Odiavo la Laide, forse anche per questo vezzo molto neorealista di anticipare il nome del personaggio con un articolo. Il che fa molto anni ’60, gli anni del boom, delle auto veloci, dei primi elettrodomestici, di certa edilizia popolare manifesto ingiusto di un proletariato pregno di una forza ribelle e brutale o placido come vasi di gerani noiosi sul davanzale, ballatoi in comune, l’odore di minestra e cavoli che si emana dalla rampa su per le scale. Penso al condominio dei miei nonni umbri. Quel condominio lo amavo.  Ma devo raccontare una storia d’amore. Borghese, normale. Non è come attraversare un binario prima che il treno deragli, attraversare lo stesso il binario, sfidare l’incorruttibilità e i suoi grandi argomenti, vita morte amore appunto, infrangendo tutte le regole.

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Ma un amore può succedere, anche nella fugacità, nella brevità, sconfessa gli antichi scandali, ne produce di nuovi. Ma è troppo presto perché io ne possa raccontare in un romanzo, posso solo immaginare e se fossi appena un po’ più scaltra proverei piuttosto a dimenticare. I piani si sovrappongono, come sempre, la realtà, le nostre proiezioni. Sono abbastanza stanca delle mie proiezioni. Ecco la Laide non mi piaceva, non mi seduceva, si vendeva in un postribolo d’alto bordo, in un quartiere residenziale milanese. Lei non aveva niente della posa drammatica e succinta dell’Andreina di Moravia ne “Le ambizioni sbagliate”. La pelle bianca di Andreina, le braccia morbide, il nero luttuoso a contraddire l’ingannevole innocenza, me la rendevano tragica, nelle forme di un’ossessione, un parametro che avrei voluto raggiungere, possedere. Era tutto arrendevole e amorale in Andreina, aspro e assente nella Laide di Buzzati. Entrambe evocavano lo scandalo, l’elemento che dovrei costantemente osservare durante la stesura di un nuovo ipotetico romanzo. Cosa sia l’amore? Non lo so, tutto quel che sapevo vorrei che fosse restituito da altro materiale. Vorrei vivere ancora qualcosa di simile, ci sono andata vicino. E invece, non troppo tempo fa, l’idea era quella di raccontare una donna nell’attesa finale, il suo sguardo proteso verso la vita degli altri, con attese vere, dinamiche, non come la sua, inutile e malinconica. Un post abbandono che comunque adesso mi è venuto a noia.  Immaginate il turbamento del signor Swann di Proust in carrozza verso Prévost, pensa alla sua Odette, alla sua irrevocabile assenza, il più temibile degli assedi, ora la sua libertà era affamata di catene, “l’attimo antico che l’attrazione d’un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare” (La strada di Swann). Devo raccontare una storia d’amore malgrado ne indossi le ombre più deteriori. Non sono stata amata. Sono stata amata. Quesito veloce, antico anch’esso, a cui non risponderò più, le molte ipotesi si riducono al solito bivio: sì, no. In definitiva non è interessante la risposta, oggi che mi riconosco nella ostinazione visionaria della Bess di Von Trier, imperdonabile vestale. L’imperdonabile.

 

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