Monthly Archives: November 2017

Romanzo – Amore 9 (L’indecenza)

Mademoiselle finiva di solito in luoghi deteriori che erano poi le segrete intenzioni della sua indole. Indole era una scusa per assolversi, mettersi buona da una parte e non sentirsi piuttosto debordare, sconfinare, benché poi succedesse lo stesso. Mademoiselle lo sapeva molto bene. L’ebbrezza di confondersi con la vita più primitiva, con uomini che niente avevano da darle se non la brutalità era la sua debolezza, l’errore a cui prepararsi, tutte le volte, in attesa della mossa più giusta, o ancor meglio in attesa dell’amore giusto. Oltre la brutalità, l’indecenza, scopriva il disincanto ma anche una poesia profondissima, un senso malinconico e provato del mondo e di quel che vi atteneva. Questi uomini erano la sua debolezza, la provocazione alla sua figura debole, delicata, in apparenza timorosa. Era un’ingenuità pensarvi di riuscire, a provocare, a insistere su un principio di lotta di classe il cui valore non ricordava nessuno. Erano brevi episodi, negli anni, furono davvero molto brevi. Temeva assolutamente il tempo, malgrado lo lasciasse agire così. Lo temeva, avrebbe sciupato quel che a lei importava sopra ogni cosa, la vanità. In uno dei brevi episodi quest’uomo brutale l’aveva baciata con una passione commovente. Usava l’aggettivo commovente con riguardo,  e ne rabbrividiva. Altrimenti era il tedio, la mestizia del cortile popolare che aveva in odio, che voleva dimenticare, la memoria esangue le avrebbe altrimenti restituito gli automi, crudeli automi, che non smetteva di seppellire, ogni giorno, sempre loro sempre gli stessi.  Golem che rovinavano da un romanzo all’altro, se li trascinava, pesi ingrati. E in ogni romanzo li seppelliva meglio, con risentimento.cropped-tomblog.jpg

Un uomo brutale l’aveva baciata. Poteva essere ancora questo per un uomo. Il suo desiderio. Assistere alla sua defezione, la sua virilità non contenuta. Ne arrossiva. Ne sorrideva. Dopo. Soltanto dopo. Assisteva alla defezione dell’uomo brutale, in ginocchio. Ne arrossiva. Certo.

Prima di dormire, sono tornati a trovarmi, con certi sorrisi, la loro indulgenza, il loro amore. C’era lui, sparito chissà dove, poi l’amico ebreo, il professore. E’ stato terribile, vorrei non pensarci più. Questo mio mondo è finito. Mi mancano le parole. Posso soltanto tradurre quel che tutte le volte dico in un sussurro, pensando a loro, era un patrimonio umano, uso proprio la parola patrimonio, la ripeto patrimonio. Niente mi era dovuto, ed era moltissimo, avevo moltissimo. Continuano a mancarmi le parole, mi trascino alla fine della giornata. Così attraverso il tempio, guardando a terra, temendo il solito paesaggio, i passanti anonimi, e realizzo il mio privilegio. Quanto hai vissuto, dico tra me e me; visto quanto amore hai avuto, quanti giorni speciali. Altri pensieri non li traduco, sono ingiusta, vorrei metterci un punto e salutare tutti.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

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Romanzo – Amore 8 (mademoiselle)

Mademoiselle, le scrisse un giorno quell’uomo francese.  E improvvisamente era diversa, era una donna, senza rimpianti, ogni donna ha dalla sua il fascino dei rimpianti. Mademoiselle era un vezzeggiativo, era la giovinezza, non era la piega tra il labbro e la guancia, una strana smorfia, lo sdegno. Un personaggio di Francois Sagan vedeva la luce di Parigi bionda e voluttuosa, ed era la stessa luce che avrebbe ispirato molti dei suoi scritti. Ed era tutto lì, la sua vita era tutta lì, scriverci sopra qualcosa. Mademoiselle. Era arrivato, un giorno, molti anni dopo. L’uomo di Valensole. Risolse che a Valensole sarebbe dovuta andare prima o poi. Gli uomini francesi: ne ricordava uno, in particolare, conosciuto sotto il tramonto di Montmartre. Si chiamava Timò. Non lo avrebbe raggiunto mai, non lo avrebbe conosciuto mai. Ma stavolta sarebbe andata diversamente. Non avrebbe perso stavolta. Ripeteva il suo nome, il nome di quell’uomo di Valensole, conosciuto per una casualità. Il destino si veste di casualità, ma no no che non lo è. Non lo avrebbe perso. vera2

Di lei avrebbe notato il dettaglio che solo l’amore può notare. Provate a dissuaderla dalla certezza. Non ne avreste l’animo. Timò l’ultimo giorno, quel giorno – lei era una ragazza davvero – le disse: possiamo vederci domani? E domani era tardi, lei sarebbe partita. Non lo avrebbe rivisto più. Quando possiamo recuperare quel che è stato sottratto, per una ragione inconoscibile? Quando? Si chiedeva. A volte non prendeva sonno, la notte, per questo. Mademoiselle.

Nella piccola chiesa di San Paolo si celebrava un funerale. Il cavaliere errante assisteva alla funzione. Io ho paura dei morti. Un compagno di Dario, l’eroinomane. Lui era morto. E c’erano i morti per metafora e quelli veri, c’erano gli schizofrenici che poi finivano a volar giù da una finestra. Sedevo al tempio. I miei articoli erano roba forte, altro che, mi vantavo con una vecchina con le gambe rovinate dalle varici. La vecchina faceva sì con la testa.

“Hai presente l’attacco?”. Attacco, incipit, come diavolo lo chiamate voi anziane della via Dione. La vecchina faceva sì con la testa, aveva la busta di cavoli comprati al mercato. “Io in tre parole ti dico tutto”. La vecchina aveva il sole in faccia, aveva gli occhi stretti stretti. Andò via, piano, un po’ zoppicando. Aveva un piede gonfio, lo notai in prospettiva. Scrivevo sul moleskine: La fabbrica si stagliava nel cielo grigio di Lodz come un fantasma, un casermone dall’aplomb vitreo. Dario aspettava la sua donna, fuori la porta della farmacia. Avevano comprato le siringhe e l’acqua distillata. Dario non suonava il piano da quando si faceva di eroina. E allora? Chi te le dice a te ‘ste cose. Odiavo la mia saccenza. Tutto sommato. Tu non racconti le storie, bella, racconti te stessa. Ero senza vergogna, accecata dalla rabbia e dal sole di un giorno di dicembre.

(continua)

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Romanzo – Amore 7 (un giorno tornerò)

Sono andata al bar e invece le vecchine mi aspettavano al tempio. Non vengo no, hei, sono qui, fischiai come solo i mandriani possono, due dita in bocca. Non è uscito il suono che immaginavo. Al bar il rimestio delle stoviglie mi ispirava mortalmente, la noia rimane un problema sapete, le anziane sanno esercitarla bene, beate loro. Come si fa? Senza altre attese, come si fa a un certo punto della vita? I miei amici sono pochi, spesso sono deboli, di una debolezza privilegiata, piena di risorse, sono narcisi sul pelo dell’acqua, o gigli ai piedi della Croce. Non so, dico a Mario, mi sembra di aver perso, lui chiede: perché? Avevo un lavoro, mi pare di averlo perso, cioè non so, mi hanno mandato a casa. Mario dice: fai altre cose, no? Sì, dico, cose belle, sul serio. Un giorno tornerò, un giorno vinco e torno. Dove vai chiede Mario. No niente, dico, vado a casa.

Un giorno torneremo a casa insieme.cropped-cropped-cropped-vera5-e1463650786928.jpg

C’è una strada che lei non ha più percorso. Una strada inibita che conduceva diritta diritta verso l’inganno. Il sole del sud non retrocede mai. I giorni sono uguali, ma per lei fuggivano nel medesimo fulcro. Andavano a ripararsi nel medesimo fulcro, non preannunciavano nient’altro, già saturi di quanto accaduto. La giovinezza tradita, scriveva in mezzo a uno dei suoi romanzi. La giovinezza tradita come quella di Marek Hlasko che lavorava in una chiatta. Era vero? Si chiedeva, quale umiltà e mortificazione un giorno avrebbe giustificato le note biografiche sul suo conto, la sua esistenza sentimentale, la sua vita letteraria? Visse tra Parigi, Valensole e una città del sud. Non avrebbe specificato quale. Un po’ odiava le sue radici. Non aveva radici.

Spesso tornava al tempio, dove non avrebbe incontrato gli amati assenti, svanivano dietro promesse che non avrebbero mai mantenuto. Il suo castigo era la pazienza, trasformare l’amarezza e il pianto in un fatto empirico. Ogni tanto incontrava il compagno di liceo che si faceva ancora, di eroina, quello che suonava il piano, che leggeva Cioran e i grandi pensatori illuministi. Di solito era la prima ad abbassare lo sguardo, era lei a vergognarsi della sua defezione, il compagno di liceo – pensava afflitta – era la pietra d’inciampo, sarebbe diventato mai la pietra d’angolo? Lo diventerai, pensava afflitta sì e turbata.

Finisco negli stessi luoghi di Christiane Felscherinow, ho letto il suo diario, ero solo una bambina. Che enormità.  Non sono mai uscita veramente dal Bahnhof Zoo o dal dancing obnubilato di una periferia di Berlino, dalle sale sature del fumo degli chilom nella Haus der mitte di Groupiusstadt. Vorrei potermi spiegare, non riesco con esattezza, vorrei spiegare la trepidazione e il ribrezzo che provavo tutte le volte, seguendo Christiane, come l’altro uomo seguiva il compagno di liceo. I suoi jeans, cuciti addosso di volta in volta, la sua sporta con la stagnola, il laccio, la siringa. Io vedevo tutto tutto, dentro i cessi di Bulowstrasse, e quelle facce tremende, luttuose, già cadaveri, Atze, Lufo, Livia, Axel. Le parole, l’abbecedario: valium, mandrax, efedrina. E temo sopra ogni cosa la voce di Bowie, le luci fredde della metro o dei quartieri dormitorio, the sense of doubt. E’ talmente pauroso pauroso.

(continua)

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Romanzo – Amore 6 (le stagioni)

La lavanda fiorisce nelle sue stagioni. Ogni cosa, monsieur, fiorisce nelle sue stagioni. E muore anche. Ma non c’è una stagione giusta per morire. Il nostro amore non morirà, è l’ultimo, così sarà più facile guadagnarsi la mostrina di un “per sempre”. C’era il soldato che moriva a maggio, monsieur, di lui cantava un poeta genovese. Bisogna esercitare la virtù della pazienza o il martirio della medesima. Aspettare, lei arriverà davvero, quel giorno sarò desta, la riconoscerò. Aspetto, lo faccio scrivendo. Scrivo. Le piace questo di me, monsieur? Lo trova opportuno, può suscitarle l’amore?

Non sono sicura di ispirare l’amore. Ed è il mio solo desiderio. Sono sentimentale e infantile. L’imperdonabile.

Si alzò dal secretaire, smise di scrivere. Il nuovo romanzo. Dedicato a un uomo di Valensole, che non aveva mai conosciuto. Le venne in mente ancora qualcosa, riprese a scrivere, battendo sui tasti, gli occhiali sul naso.vvvv

Quando facevo la ragazza, ma ero già vecchia – lo ero sempre stata – era tutto già visto sì. E forse era la ragione che allontanava qualcuno, gli altri, o gli uomini (è quel che conta). Sono sicura: l’immagine che restituisco non è onesta, sicché subisco con indolenza il fervore e l’entusiasmo e vorrei suggerire che non dura, non durerà, non sono quel che vorreste. L’interlocutore sono gli uomini che ho incontrato, tutti, non sono quella che vorreste, non sono colei che si intende per una grazia costruita e innaturale, una falsa autodetermina, falsa falsa. E le passioni, oh amici miei, sapeste, quanto fragili e violente. Per cosa? Davvero, per cosa? Questo è un mio vezzo, non una virtù, prima di arrendermi decisamente, conto gli anni, faccio un personale riassunto, e preciso dividere quanti mi abbiano amato sul serio, ma di quell’amore che l’uomo deve nutrire per una donna e solo quello. Ecco, non ne trovo uno, uno che abbia corrisposto, e lascio fuori gli estimatori veementi, persino oltre i ranghi, mi spiace, mon petit, niente da fare. Amore ricambiato. E’ una questione di vanità, ok? Avreste rischiato la vita per me, sguainato la spada, sollevato la vostra bella, come il principe di Taras Bulba? Ho mai conosciuto la quiete amorosa di Pulcheria e Attanasio Ivanovic? Ho diritto di aspettare ancora. Ma una certa passione, quella la ricordo, allora dico che per talune cose occorre resistenza, tempra, un corpo giovane, o forse no.

(continua)

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Romanzo – Amore 5 (la casa dell’abbandono)

Un giorno monsieur le scrisse del colore dei suoi occhi. Strinse la lettera tra le mani, era vera, era di carta, era un fatto straordinario, una lettera di carta dopo gli anatemi esatti di Bauman, la modernità liquida che ogni sospiro avrebbe sostituito velocemente, ingannevole e immateriale. E un uomo non avrebbe mai incontrato l’altro, se non dentro la probabilità di una proiezione. E l’amore sarebbe stato soltanto quello, brevità, proiezioni, trompe l’oeil. La lettera era tra le sue mani, la poggiò sugli occhi, gli occhi erano chiusi. In testa aveva quell’uomo, era lo straniero. Come sempre, l’amore è lo straniero, arriva da un lungo viaggio, attraversa falde di disperazione compiaciute in luogo di sussulti primordiali, risale da profondissimi silenzi. Consegna una qualche verità. Un giorno monsieur le scrisse del colore dei suoi occhi e lei realizzò che su quelle poche righe avrebbe potuto scrivere molte pagine, un nuovo romanzo. E il romanzo stavolta avrebbe avuto un finale chiuso. Non aperto. I suoi romanzi non contenevano finali, ma addii, multipli dello stesso.  Di nuovo guidò i suoi passi attraverso le stanze vuote della casa dell’abbandono, la casa aveva un buon profumo, un corridoio breve, la camera del bambino. Ascoltava le voci di un tempo. Ed erano le voci di tutti i romanzi d’amore. Ascoltava alcune voci, sedette sull’unica sedia, davanti alla porta finestra. Le tende si sollevavano come allora. Erano chiare, dietro le tende svettava il poggio e poi il maniero e il mare. Attraverso la porta finestra ritornava simile a un brillìo la sua presenza confusa. Il tempo. Il tempo era la vita immutabile degli altri e indifferente al suo strazio.  Così si alzò con la stanchezza ingenerata da un pensiero quando torna su se stesso, avvitandosi senza effetto o ragione. Entrò in bagno, c’era ancora lo specchio. E si guardò di nuovo. E tornò ragazza e poi vecchissima. veri milano

Apro i cassetti, uno dietro l’altro. Son le cose che contano, mi viene in mente una canzone, tristissima, mi mandava in paranoia da ragazzina. Ci ripenso, le cose che parlano, le cose che contano, i cassetti nascondono i segreti, nascondono la mia vita segreta. Pedissequa, sei come i serial killer, mi dico. Tiro fuori  un maglione color pastello, oh lo ricordo questo, lo indossavo certe mattine di primavera, sedevo sulla panca, non al tempio, ma al porto, e fumavo la mia marlboro. L’aria della città vicino al porto celebra la libertà più ingorda, è una di quelle tragedie della mia città, ispira quel che non è, eppure il cielo è così potente sopra la mia città e i diportisti, le piccole brezze, le onde di ritorno, sono tentazioni, credevo che la mia natura ingovernabile, anarchica, avesse mantenuto le promesse sempre, credevo di non diventare mai vecchia, di non parlare mai al passato. E allora sopra la mia testa i piccioni tubavano, gli storni poggiavano sui rami, una voce lontana mi suggeriva qualcosa di antico, avevo i brividi, muri a secco, casine stanche del dopoguerra, vicoli nel dedalo di Ortigia, passata di pomodoro ad essiccare sui davanzali, basilico, poeti stremati su angiporti anneriti dalla muffa. Non chiedetemi quanto tempo sia passato.

(continua)

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Romanzo – L’amore 4

Forse era Natale. Un cinese al tempio vendeva accendini, indossando il berretto rosso con la coccarda. C’era da morir dal ridere. Non ne avevo voglia. Il viale era illuminato di lucine blu, sembrava una pioggia frastagliata, fiori penduli a calare sulla strada. Il senso di perdita mi ossessionava, leggevo presagi spaventosi ovunque. Il paesaggio domestico intimo che avevo dovuto abbandonare tormentava il mio sonno. Era accaduto davvero troppo presto, non c’era stato il tempo, lo stigma della donna abbandonata mi avrebbe perseguitato, ormai lo ero per tutti, la sposa della giovinezza tradita, che non ha mantenuto saldo il suo talamo, poi leggevo Isaia e mi acquietavo. Una riga profonda scendeva giù dalla guancia, la notavo ogni mattina, una smorfia, non so, un ghigno pauroso. Ero un mostro, una creatura senza anima, l’avevo persa. Cosa mi avete fatto? Urlavo nel mio sonno di morte. Nel sonno la voce si interrompeva in gola.

Il mio stigma. Monsieur può capirmi? Soltanto i ragazzini al tempio imitavano le pose degli innamorati. Il tempio è un luogo metafisico. Non esiste, monsieur, come Valensole, finché non la raggiungerò davvero e davvero ci ameremo. Monsieur.

Ma chi ci crede, dicevo alla vecchia di via Dione, seduta accanto, che un po’ sonnecchiava un po’ pensava. Io credo che pensasse che era l’ora di congedarsi, da me dal mondo, e aveva cura di non urtarci entrambi, non sapeva come annunciarlo. Sulle dipartite scriverei un bel saggio intitolato magari “non aspettatemi”. Conosco meglio di ogni altro la materia, meglio di voi e dei conoscenti che stanno a giudicarmi o che non lo fanno. Allora annotai sul moleskine la mia straordinaria idea dell’amore: “Se uno ti ama non è perché sei buona, non è perché sei cattiva, è perché ti ama”. Non era un buon periodo, e al capo non piaceva tutto sommato certo slang, certo parlato insomma. Monsieur, io scrivo. Scrivevo allora, quando già ero la vedova di Isaia. Era uno stridore di denti. Ma non ho mai smesso di scrivere. Si scrive con decoro, rispettiamo la consecutio prima regola. Parlavo a me stessa, ero in gamba quando parlavo a me stessa. D’altronde aggiunsi – la vecchia forse sonnecchiava ancora – dico d’altronde che te ne fai d’un uomo dopo? Lo accompagni in bagno col giubbotto catarifrangente, indicandogli il water? E tanto si finisce tutti così. Scrissi sul moleskine: “Non c’è una ragione, per non credere all’amore, ma non siate più buoni o più cattivi”. Dovremmo avere l’animo di toglierci dai piedi prima, ecco tutto, prima della noia e tutto il resto. Sono stata punita perché non sapevo ascoltare. Non sai ascoltare. Come se per essere amati occorra essere amorevoli. E’ ridicolo.

Monsieur io forse l’ho aspettata tutta una vita. Non mi chieda l’età, non la ricordo. Lei non la chiede, il suo sorriso gentile, monsieur, non deve ingannarmi. Questi anni, oh questi anni, mi aiuti a sparire, monsieur, a dimenticare il terrore, lo stigma, la casa, le tende oltre cui guardare fissare fino a farsi male gli occhi, fissare lontano l’origine della sventura. E’ tutto così ingiusto, monsieur.

(continua)

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Monsieur – Romanzo (non era mai stata a Valensole)

Non era mai stata a Valensole. E il fatto di incontrare un giorno il suo caro professore le destava una strana ilarità, il fatto stesso di immaginare un’eventualità simile. Era un avvenimento immeritato e lei lo sapeva molto bene. Era entrata in una fase del tempo in cui le cose si agitavano e poi sottratte sparivano, come fatti incidentali che non avevano nulla della saggezza e del mistero, delle trame della fatalità così prossima al destino. Il destino era una parola che ingigantì negli anni. Negli anni: fu sempre un ambito di paragone, dilatato, pauroso. Negli anni significava aver perso tutto, come chiosava un personaggio di Steinbeck,  tuttavia: “Sì, ma ancora non abbiamo perduto nessuno”. Si consolava a volte, con tiepide certezze, convalidate da nessun gesto, nessun gesto che superasse le parole.  E invece no, qualcosa andava perduto, perché era già passato e già conteneva un lasso.

Il suo destino lo chiamava attesa, questo nei rari momenti di fortezza e lucidità. Ne sorrideva, senza amarezza. Il suo destino lo chiamò: abbandono. Ci mise un po’ per ricominciare a sorridere, non lo faceva spesso, era un’indole, niente di più niente di meno. cropped-veri-c.jpg

La casa dell’abbandono era molto chiara, le stanze lo erano, disadorne, ma armoniche e pulite. Amava le tende, le stoffe, il baldacchino, i colori dei pastelli.

Nel sogno di stanotte c’era Janek. C’era un giardino di aranci, somigliava al podere di un amico, io ero là. Janek teneva un assurdo cappello di lana calato sulla nuca, aveva gli occhi verdi, mi sorrideva. Era un omone. Pensavo: oh adesso arriva lui e mi fa una di quelle scenate spaventose. Janek nel sogno diceva che ero molto bella, allora mi vedevo in uno specchio, avevo i capelli legati, indossavo dei grandi orecchini a cerchio. Ero giovane. Lui non si arrabbiava, anche se Janek apprezzava la mia bellezza, ma non lo sono così come nello specchio in cui mi fissavo, nel sogno di stanotte. Allora sono andata verso l’uscita, intercettavo una porta, era verde, di legno, aprivo ed era la casa della mia giovinezza, ero la vedova bianca, la sposa che non ha saggiato il talamo coniugale dice Isaia, la casa della sventurata. Perché l’hai lasciata, mi affliggevo, perché non sei rimasta, anche se lui è andato. Era casa tua, lo sarebbe ancora adesso, e invece l’hai lasciata.

(continua)

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