Romanzo – Amore 11 (esser belle era un dovere)

Mademoiselle guarda una finestra, appartiene a un palazzo nobiliare. E’ sera, sopra la città scende quella speciale luce che come una risacca torna dal porto e viceversa a illuminare di lampare lontanissime o lumini strani, smunti, i profili che si nascondono oltre la costa, dietro le case che seguono il litorale. Mademoiselle ama le prospettive che può solo immaginare, sono le più convincenti. Si tratta sempre di trovare le parole giuste. Pensa: dietro la finestra serrata ci sarà un gran bel patio. Un giardino secolare, chiuso da ampie vetrate, una cosa impossibile. Aspetta il momento in cui la vita le verrà in soccorso di nuovo, persino con i suoi cattivi odori. Ride come una sciocca. Non è un’avventura, siamo di passaggio – riflette – i pensieri si rincorrono, sanno già tutto, non devono spiegarsi; ci sono solitudini più misere delle altre, non sa dire se la solitudine degli altri sia migliore o peggiore. C’è un momento in cui realizza tutta la mestizia di un tale affannoso peregrinare, così ne sente forzatamente la responsabilità, l’oscuro rimescolamento. Non le impedisce la supplica: che la vita mi venga sempre in soccorso perché non debba dimenticare il dono della misericordia, di esercitarla, di nutrirla, simile a una spada conficcata nel fianco. Vorrebbe trovare le parole giuste, è una vittoria, non una sconfitta, raggiungere la perfezione della pazienza. Aspettava la luce dunque del pomeriggio presto, la luce che piombava alla fine dell’orizzonte e che seduta sulla panca del porto fissava fino a smarrire la concentrazione, fino ad addormentarsi, sfinita da se stessa, dai suoi stessi pensieri agonici da cui nessuno poteva recuperarla, trarla come il fiore pronto a morire per destino, nato per chiudersi il tempo di un giorno. I suoi pensieri infantili, seduta sulla panca del porto: quando morirò, mi spiacerà soltanto una cosa, non innamorarmi più, anche l’esser vecchia mi spiacerà per l’identica ragione. L’uomo brutale le rimescolava il sangue, nel qual caso non era oscurità, non era rabbia, era una follia, non le dava il modo di parlare, di reagire, ne era sopraffatta. Le bastava. Monsieur. Monsieur: sarebbe arrivato anni dopo, ma non avrebbe mantenuto le promesse forse o forse sì.

Mademoiselle aspettava ancora il grande amore.  Esser bella era un dovere, pensava. A vent’anni lavorava dietro il bancone di un pub. Il giovedì organizzavano certe orribili serate a tema, con la moda dei balli di gruppo che aveva contagiato la città, una specie di bubbone malefico, diceva ridendo agli amici di allora. Non aveva amici a dir bene, ne aveva tre anzi, Salvo (che leggeva i Ching), Sebastiano che oramai aveva perso il senno, Alfredo che si bucava. Indossava gonne a pieghe fuori moda, scarpette col tacco e maglioni color pastello aderenti in vita. Era sempre stata vanitosa, allo specchio sistemava i capelli, morbidi, sulle spalle, oppure li alzava sulla nuca, truccava le labbra e passava appena un po’ di cipria rosa sugli zigomi. Esser bella era un dovere, pensava, ma esserlo alla sua maniera. Il giovedì a volte i marinai russi facevano una gran caciara, uno di loro, che sembrava un capitano, alto, severo, la invitava con modi romantici offrendole il braccio, come  i signorotti di Mosca, nei salotti di Dostoevskij, dei romanzi di Dostoevskij. In quel momento il vecchio megafono suonava Edith Piaf. cropped-vvvvvv.jpg

Dopo il sole del pomeriggio, tornava al tempio.

Torno al tempio e mi sembrano secoli trascorsi, oggi, di traverso tra me e le pietre bianche che conducono al sentiero. Nel frattempo, credo di aver vissuto sempre meno. Al momento vigilo dalla torre, sono isolata signori, sì è così, bastioni e terrapieni ricolmi di superbia, la superbia tiene distanti gli altri, il mondo, le cose. Al tempio siedo sulla solita panca, le panche sono il talamo, letto d’ospedale, di morte, proscenio di indicibili conversazioni, come i soliloqui dell’ubriaco della Karlsgasse. In attesa della contentezza, l’ubriaco kafkiano mestamente ammetteva di non aver capito. Credo che smetterò di chiamarlo tempio, il tempio sono ruderi, hanno smesso di esercitare prestanza o vaghi richiami a qualcosa di cui ho smarrito il senso. Il mio problema si chiama noia, non sarà affatto facile trascinarmela dietro, una volta chiuso con la vanità e certe betise, che a superare un po’ di anni inducono alla pietà, la cagionano negli altri. Guardandomi intorno la gente mi par matta, perché vive, ho dimenticato la differenza della luce del cielo quando piove o tira vento o piove, la dice lunga sul mio stato di alienazione esclusiva. Ma a chi importa? Ogni post  tedierà chi lo incontrerà per caso: ma per chi scrivi? E’ una domanda questa? 

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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