Romanzo – Amore – 12 (L’assedio)

Certe mattine, mademoiselle si svegliava con il pianto. Ed era atterrita per questo. Come era possibile? Con gli occhi chiusi, si asciugava il viso umido afferrando un lembo del lenzuolo. E nel sonno, quando non la lasciava ancora, era convinta di essere sempre nello stesso luogo, nello stesso tempo. Era un frame. Non c’era più nessuno. Apriva gli occhi.

Sedeva sul letto, mademoiselle. Dove siete? La voce affiorava da una ragione ostinata irrevocabile della sua memoria. Quando tornavano, i suoi amati assenti, era il più dolce dei castighi, il castigo dell’assedio. Di quell’assedio si copriva, quando aveva freddo. L’assedio era una coperta. Aveva freddo spesso. Le voci. Il suo nome ripetuto, nell’imperfezione e nella gentilezza. La voce era roca. Sempre la stessa. Era imperfetta. Lui avanzava, aveva gambe lunghe e nodose, era insolente e straziante, riusciva a esserlo. Avete mai visto un uomo supplicare una donna? In ginocchio? Le ginocchia sull’asfalto? Le automobili suonano, lui ha le mani giunte come per una preghiera, i jeans consumati. I suoi occhi sono umidi. Avete mai visto tanto strazio tutto in una volta? No, no, scuoteva la testa, sul cuscino. No. Poi aprì gli occhi. Ed era domani, oggi. Cosa cambiava, cosa importava?

Oggi chi rimane? Poggiava i piedi sul pavimento freddo. Scostava le tende. Apriva la finestra.

I giorni scorrono, le distanze valgono per tutti. Tornava al tempio, lo sguardo fisso sulle medesime vecchie case, la desolazione di un leggìo di fronte che spiegava dettagli complicati a una torba di indifferenti. Il mondo attraversava la sua percezione franante,  piena di pregiudizio. Mademoiselle era la somma dei suoi rimpianti. 24232677_10212833855954290_2218283671220642491_n

Tornava al tempio.

Ho accompagnato la donna davanti la mensa. Quella donna è una madre. Davanti la mensa c’è una breve fila, aspettano anche alcuni giovani di colore, un indigeno dice che non li faranno entrare. Da un angolo emana un terribile olezzo, un orinatoio. La donna mi dice che era una madre, che aveva un figlio bello e bravo, lo dicono tutte le madri ma lui era speciale. E’ stato l’altro il più grande, gli ha dato due dosi. Ma lui si faceva, chiedo. Si drogava? Lui era speciale dice la donna, mi indica il porto, è andato via. Via per sempre certo, via per sempre.  L’indigeno non sopporta quei tizi di colore. Lui piuttosto non fa un buon odore no. Però teme i sudanesi. Sono sudanesi. Come? Scuote il testone di buzzurro. Vengono dal Sudan, hanno fame come lei, preciso. La donna ha una certa età, indossa scarpe col plantare. I figli sono pezzi di cuore, sì signora, dico. Uno le ha levato casa da sotto, non so come spiegare. Uno si è venduto casa, per pagarsi l’eroina. Potete indicarmi il senso di questa vita? Ravvivo i capelli, sono a posto. Da lontano seguo la fila in attesa. La donna si perde dentro la minima ressa. E’ tutto vero.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

 

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