Romanzo – Amore 13 (La disfatta)

Mademoiselle aveva conosciuto la passione. Per questo amava moltissimo i romanzi di Francois Sagan. Quando lesse La disfatta patì insensatamente per la leggerezza con cui Lucile, il personaggio femminile, consumava i suoi amori. Nonostante a lei necessitasse la medesima trascuratezza, nel considerarli, perché sopravvivere oltremodo era la sua provocazione, tutto sommato, la migliore, la più riuscita, sopravvivere al silenzio. Sopravvivere al silenzio e trovare una nuova misura dei sentimenti e della morale, così leggeva e rileggeva in quarta di copertina nel romanzo della Sagan. Il suo nitore, la sua spregiudicatezza, simile alla seducente arrendevolezza e finanche alla deregolamentazione avvertita nella Rochefort, le restituivano la certezza che vi fosse una prossimità, mademoiselle ne accusava tutta l’inquietudine. Lei come Lucile della Sagan, perduta nelle passioni sbagliate, lei come Genevieve abbandonata al suo uomo tormentato, nella medesima nube di tensioni e desideri. L’amore diseducato di Lucile e Genevieve l’avevano colta da ragazza, colpa delle sue letture. E poi, mademoiselle scriveva. Tutto sarebbe finito nella sua scrittura, l’ultima trincea da attraversare o dove farsi seppellire. Senza l’amore, mademoiselle, non desiderava che la morte.ve-blog

Non aveva cercato altro, fino alla fine. La fine era la casa dell’abbandono. Le tende erano chiare. Dalla porta finestra si vedeva il maniero. La casa aveva un buon profumo. Sedette sulla sedia davanti la porta finestra. Era la sua casa. La mattina, l’ultima mattina nella casa dell’abbandono, squillò il telefono, dall’altra parte la voce di una donna berciava oscenità. Era ubriaca, le parlava del marito. Chiuso. Finito. Accese la radio. Mise tutto in ordine, tirò su le coperte sul letto del figlio, sistemò il suo, rammendò una maglia. Diede l’acqua alle piantine in balcone. Lasciò la rosa sul vasetto di ceramica. Quella rosa non moriva mai, non voleva.

Lei sì, lei voleva morire.

Ma ecco l’ultimo giorno.

Una volta avevo una casa. Rieccolo, il solito piagnisteo.

Stiravo stamane, di colpo ho pensato a un giorno di dicembre, c’era il sole; quando stiro succede che scopro le cose vere, quando qualcuno mi ha abbandonato ed è partito per sempre. Ma ecco l’ultimo giorno, c’era il sole e lui sistemava i tubi in casa della vecchina, la nostra dirimpettaia. C’era un sole che sembrava aprile, e invece era dicembre, era quasi Natale. Quel giorno ho pensato “Dio, come sono fortunata”. Indossava un maglione azzurro di cachemire, lo stesso azzurro viola dei suoi occhi. Sorrideva come sempre, anche la vecchina sorrideva, in risposta ad una qualche battuta di lui, concentrato nel suo lavoro di idraulica. Lui sapeva fare tutto. Volevo spiegare il nitore della luce di quel giorno, era davvero speciale, niente lasciava intendere la sventura. D’abitudine aprivo tutte le finestre allora le tende chiare della camera da letto e della sala si sollevavano, gonfiandosi verso il mare che si intuiva oltre il leggero movimento delle stoffe. Il mare prominente verso est era il paesaggio che mi accoglieva la mattina appena sveglia, aprendo gli scuri. Volevo spiegarvi che vita avevo, non riesco mai abbastanza, era tutto diverso, ero pressappoco felice. Non è sufficiente detta così. Da allora furono giorni di lutto e anche oggi quando sorrido, parlo, cammino, agisco, mi rendo conto che vigilo dentro un lungo sonno tenebroso o stesa su un pagliericcio infestato di memoria, dopo ho seppellito le parole vere, le cose vere, la vita vera. E sono passati anni.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

 

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