Romanzo – Amore 14 (dice a me?)

In certi giorni, le sembrava di non aver mai amato nessuno, aver perduto il significato di ogni privazione, del sussulto, dello sgomento del dopo, il tedium che la coglieva dopo l’amore, dopo aver osservato lui concludere, alzarsi, infilare una maglia, accendere la sigaretta, fumare, guardando fuori. Il suo sguardo fisso, lontano, gli occhi obliqui, una fessura grigia in certi cieli d’inverno. Poi lui si voltava, come ridestato da una voce antica, da un richiamo da cui era esclusa, si voltava e i suoi occhi incontravano il pudore di mademoiselle, di nuovo. Fermi su di lei, come non l’avesse mai guardata prima, ritrovata. Soccombeva allo spazio che occupava quell’uomo.

E alla fine la sua testa arruffata, il sudore esagerato sulla fronte, la commuoveva. Si commuoveva, era molto stupido farlo. Niente avrebbe impedito al destino di compiersi. Il giorno in cui incontrò brevemente l’uomo francese – molti anni dopo – le parve di incontrare di nuovo uno sguardo. Questo è il miracolo. Ci si innamora di uno sguardo che cercavamo, che abbiamo già visto, pensava. Lo realizzò vedendo quell’uomo francese per pochissimi minuti. Riconobbe lo sguardo, ma poi lo aveva già perduto. Molti anni dopo, ritrovò lo sguardo che aveva amato in pochi minuti, perdendolo subito.

Non trovava consolazione, o anch’essa la perdeva subito. A volte era Lucile, il personaggio della Sagan, attesa alla sua medesima disfatta immonda e crudele. Era stata abbandonata, era uno stigma. Usciva di casa smarrita, camminava a lungo per calmarsi, trovare una ragione, in preda a propositi febbrili. Raggiungeva il tempio, sedeva sulla panca fino a che il sole riusciva a scaldarla prima del tramonto. Era inverno. Era sempre inverno, malgrado fosse luce ovunque, una estesa metafora sulle ragioni definitive del suo peregrinare.  Mademoseille scriveva perché era la somma dei suoi rimpianti.  Al tempio le anziane aspettavano la sua muta presenza. Era il personaggio bizzarro, non Lucille della Sagan.

“Ognuno di voi era capace di fare qualcosa di enorme, eravate vivi più degli altri. Conoscevate la violenza, usavate le armi, qualcuno di voi aveva fatto il carcere, e indossava lo stigma, tatuato all’angolo dell’occhio, inchiostro nero inciso sulla pelle. C’era sempre una tensione intorno, e non ero mai a parte di quel che accadeva veramente. Mi avevi parlato di certe frontiere, sapevi fregare i doganieri, gli espedienti erano per certi versi abominevoli. Le donne in corriera bevevano distillato di patate, commentando l’ultimo matrimonio in paese, le sbronze del marito, la raccolta di ribes, custodita in cantina. Si partiva con poca roba, in ridicole valigie di cuoio. Eravate così belli, lontan, persino nel vostro modo di fare a botte e durante il viaggio certe volte succedeva. Gli uomini, giovani timidi e intemperanti insieme, conoscevano l’amore nella rabbia, nella foga. Intemperanza commovente, ed è quel che mi sedusse allora. Ero troppo fragile fisicamente per reggere il peso di tanta veemenza, quando incontrai la diseducazione nelle cose dell’amore”. 

La nuova pagina del romanzo. Era pronta. Ed era sempre la stessa puntina, sul vinile rigato. Al tempio sapevano tutto di lei.veri b

Jaromil il poeta disse all’incirca che il destino aveva smesso di costruire le sue stazioni. Ho raggiunto Jaromil, sto sotto la pensilina, non aspetto la corsa di un treno. Sono anni che non aspetto, pur pensando di non fare altro. Rifletto. Smetto di agitarmi tanto e per cosa? Solo per farmi amare. E poi dimentico il resto invece. Signori esiste il diritto inalienabile del lavoratore cioè dell’essere umano, blatero. E mentre blatero conto sulle dita le volte che mi è stato concesso un privilegio. Hei Malaussene! Mi volto di scatto: dice a me?

Ed ecco il tramonto, scendeva sopra il tempio, il leggio, imbruniva sui palazzi i colori del giorno. Ed era di nuovo sera.

(continua)

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