Monthly Archives: January 2018

Romanzo 35 (Veronìka)

Mademoiselle sedeva al tempio dunque. Il suo aplomb ordinatissimo. Il suo bel vestito lungo, verde come certe foglie d’autunno sui sentieri di un parco prima di ingiallire o di trasformarsi in macchie rossastre e scivolose. I suoi capelli erano bruni, spessi, acconciati da un lato. Aveva un’aria molto severa, composta, ma intimamente mademoiselle era vergognatissima, a disagio. La vita si accalcava in una piazza di pietra bianca. Gente, uomini, donne, vecchi, gente primitiva, rumorosa. Era la vita, mademoiselle. La vita non deve tacere. Guardava il caos, era un vero turbinio. Turbinio turbinio, ripeteva. Le piacevano le parole, quando soprattutto perdevano di significato. C’erano alcune anziane sedute sulla panca più in là. La osservavano con sospetto, ne era convinta. Parlavano di lei. Lei era la vestale dei nullafacenti, dell’inedia, dell’immobilità. Non parlavano di lei.  Dario, il compagno di liceo, attraversava la piazza stanco, già consumato dall’eroina, dalle attese che spariscono, dall’inganno dei giorni. Dario non la salutava, si vergognava, perché era un derelitto e non sapeva quanto confinanti fossero i loro destini. Dario aveva una compagna allora, era bionda, ricordava una bellezza giovanile sciupata dalla roba, dall’eroina. Eccolo il suo mondo che si edificava piano piano. A mademoiselle non piacevano i perdenti, ma se ne innamorava. Era una colpa? Per gli altri sì, gli altri sovente appartenevano a una non meglio identificata congerie di buone maniere e quiete comune. Gli altri: era una parola che non le piaceva. Sedeva al tempio, quando c’era il sole, la luce cominciava a farle meno paura, aveva sempre freddo.

L’amico ebreo le aveva letto un brano del libro di Isaia, così lei pianse, liberandosi dell’oppressione, le sembrava di aver capito finalmente.

Isaia capitolo 54. “Poiché l’Eterno ti richiama come una donna abbandonata e afflitta nel suo spirito, come la sposa della giovinezza ch’è stata ripudiata, dice il tuo Dio”. 

La sposa della giovinezza, ripudiata.ve-blog

Ho incontrato Marek. Al tempio. Lui mi ha visto. Da lontano, mi ha chiamato: Veronìka! Oh Marek, sono passati secoli, tu mi porti indietro di secoli. Non riesco nemmeno a pensarci a quella vita lì, quando trascinavo quell’uomo da una fogna all’altra, illusa di poterlo salvare. Ma forse sì, è stato salvato. Marek si avvicina, piange, ripete il mio nome. Dai Marek, su, Marek, dai. E’ ubriaco, lo so. Lui piange sempre quando mi vede, la commozione procurata dal vino e da quel che lui vede in me. E lui vede in me: un tempo. Mi abbraccia, piange sul mio collo, sento la puzza di vino, di strada, di tabacco. Non riesco a tradurre il tanfo preciso, che anche a me ricorda un tempo. Ha un giubbotto poggiato sulle spalle, non ha infilato le maniche, capisco subito perché: con le braccia tiene serrati da una parte e dall’altra due cartoni di vino, il peggiore credo, quello in buona offerta in qualche scomparto di un ard discount. Dice che è uscito di casa all’alba, ora sono le due del pomeriggio. Avrà bevuto tutto il tempo. Piange ancora, si lamenta che l’ultima donna lo ha mollato, che è solo. E così via. Mi chiede del mio ex. Dico:  ha la sua vita. Non beve. Dico. E neanche tu devi, ripeto annoiata, con una gran tristezza nel cuore, il desiderio di essere seppellita dal mio tedio, sparire e basta. Lo lascio lì, provo pena a tratti, ma sono io a star peggio, perché sono lucida, e devo sopportare tutto, senza ottenebramento. Sopportare.

Perché sono finita qui?

Perdonate questo riferirvi continuo dei miei deserti. Non riesco a fare altro che questo. Raccontare i miei deserti.

Leggeva Isaia. Ringraziava l’ebreo per questo. Era la sposa della giovinezza che non saggiò il talamo coniugale.

Non temere, poiché tu non sarai più confusa; non aver vergogna, ché non avrai più da arrossire; ma dimenticherai l’onta della tua giovinezza, e non ricorderai più l’obbrobrio della tua vedovanza. 

Con un amore eterno io avrò pietà di te, dice l’Eterno, il tuo Redentore“.

continua

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Romanzo Amore 34 (le relazioni)

Mademoiselle aveva realizzato che le relazioni umane erano trappole che soltanto pochi e selezionati auditori avrebbero risolto o evitato. Tutto stava a uscirne vivi.  Ma queste erano constatazioni da privilegiata, da sopravvissuta alla lunga notte – quanto durava la lunga notte? –  indugi oziosi dedicati alla tregua. La tregua era il ritorno verso qualcosa, non verso casa, la casa dove mademoiselle era abituata pensarsi. Dunque procedevano i giorni, comunque. Il sonno era un sollievo, era la pace fatta, momentanea, con il turbinio. Il mondo era sottosopra, quindi mademoiselle dormiva. Datemi il tempo, sembrava suggerire la sua inedia, una immobilità prossima all’apoplessia. Strategie difensive, ne aveva tutte le ragioni. Era stata abbandonata. Ecco, lo stigma. Non le avrebbero tolto di dosso quell’infamia, mai più. I parenti venivano in soccorso, come a visitare il morto. Lo era abbastanza, per certi aspetti. Il silenzio protratto, l’obnubilamento, l’azione finita. Cos’era, se non la morte?

Nonostante ciò, arrivò il giorno in cui sembrava pace fatta con il turbinio, il mondo sottosopra. Uscì di casa, un giorno di fine gennaio, di sole, che era quasi primavera, e invece era gennaio, eppur c’erano i mandorli in fiore. Sedette sulla panchina del porto. Ancora non conosceva il tempio, i suoi frequentatori, doveva ancora edificare il suo nuovo mondo malmesso, di sfiguranti, di ritardatari, quelli che sulla vita avevano perlopiù obiezioni da parare. Tutto è vanità, recitavano i versetti del libro di Qoèlet.

Quel giorno esatto incontrò l’amico ebreo. Aveva il libro della Bibbia. Sedette con lei in uno speciale giorno di sole di gennaio. Aprì la Bibbia, lesse la Sacra Scrittura dove soltanto dimorava la Verità.

L’ebreo leggeva brani dall’Antico Testamento. Ed era in parte un anticipo sulla Consolazione. Mademoiselle chiuse gli occhi verso la luce, il sole le scaldava le guance, la fronte, il viso. Le lacrime aspettavano di affiorare, erano lì, in attesa.

Mademoselle sapeva bene che non era una faccenda che si potesse chiudere subito, una pratica noiosa che poteva affidarsi a un volenteroso impiegato capace di accelerarne i passaggi, di mano in mano. Era il tempo che la spaventava, quanto ne occorreva? E poi, per andare dove? Per augurarsi cosa? Dimenticare? E non era già una disdetta riuscirvi? Perché altrimenti riaffioravano gli antichi deserti, ben peggiori. Affioravano gli automi della sua giovinezza, castigo ben più terribile. Lasciò l’ebreo sulla panca del porto e andò via, procedendo in direzione del tempio, non sapendo ancora che lo avrebbe chiamato tempio. Era una piazza, di fronte c’erano i ruderi di un monumento, oltre si allungavano i vicoli poveri del rione. Anche lì notò delle panche. Le panche erano fatte per le creature come lei, avulse dal resto. Il resto era la vita però. E non era un dir poco. Mademoiselle avrebbe cercato e trovato i suoi simili, i senza patria. Senza radici, senza qualcosa. La piazza era abitata da anziani, da ambulanti, dai bambini del rione che urlavano ridevano. Da ex detenuti. Allora notò il compagno di liceo, si faceva ancora di eroina, ricordava le sue berceuse al piano. 24232677_10212833855954290_2218283671220642491_n

Ieri ho scritto a lui. E’ importante il prefisso ex? No, infatti no. Non chiamarmi, gli ho scritto, considerato l’appunto di cui sopra. Si fa una scelta, si rinuncia ad altro. Lui l’ha fatta, ma non sa rinunciare, come molti uomini. E molti di costoro hanno promesso enormità del tipo: ti raggiungerò ovunque tu sia, in qualsiasi isba terrificante tu sia (qui alziamo il livello, nda). Mi butterò nel fuoco per te. Amico, non è un fuoco, sono quattro cartacce – chessò lettere, testi per il teatro, bigliettini d’auguri – che si sono appena estinte insieme con il mio amor proprio.

Guarirò? Sì? E aspetterò quell’uomo che tengo in mente, capace di restare, pregherò di incontrarlo, non dispero che non accada. Accadrà. Quel che tarda giungerà e accadrà, lo diceva un teologo.

E magari l’ho già incontrato e poi ritorna?

C’era un asse da stiro, una camicia sopra; una mensola, un vasetto con un fiore dai petali bianchi.

Tornai in casa dei miei genitori, nel piccolo appartamento, sopra il loro. La figlia. Apparecchiai l’altare, edificai il mio tempio, riprodussi la camera coniugale, esattamente, disponendo la precisa angolazione, letto, mobili, oggetti. Per anni, la porta chiusa. Un tempio. Le scelte. Sono coraggiose sempre o non sono scelte. Se te ne vai, voglio dire, non puoi tornare. E’ chiaro?

Quanto dura un lutto?

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Romanzo Amore 33 (il destino)

Mademosielle vedeva compiersi il suo destino. E ogni volta che pronunciava anche solo mentalmente la parola destino stringeva il lembo del vestito, premeva la mano contro il ventre, difendendosi da un fatto inesplicabile: l’ineluttabilità.

I primi giorni dell’abbandono furono soltanto sonno, oblio e lacrime. E questo si sa, lo si prevede. La luce era troppo forte per il suo dolore, non sapeva che farsene della luce, dei boccioli di zagara sul davanzale, dei pettirossi la mattina che beccavano dentro i vasi di gerani. E il sole, i profumi, il mare, lontano oltre il poggio. Cosa farsene? Metteva i piedi giù dal letto, il bambino era pronto per la scuola. Mamma, il quadernino, diceva, con la sua voce da bambino. Non lo dimentichiamo il quadernino.

Una mattina guardò il figlio come se si fosse appena rinsavita, ma fu per un momento, il figlio aveva un maglioncino e non aveva la camicia. Aveva dimenticato di indossare la piccola camicia, perché lei dormiva, incosciente, dormiva sempre. Non se ne curava, aveva comprato l’acqua di Colonia per i fanciulli, era buona, dolce, adatta per un bambino. Dov’era? Si vergognò così tanto, mademoiselle. La testa le doleva e tutto continuava a franare. I giorni si inghiottivano l’un l’altro, azzerando la vita che nel frattempo avrebbero dovuto contenere. Non per lei. Cos’era la vita? Cosa le stava dicendo o ancora cosa le stava insegnando? Che si perde tutto, dopo aver tanto sperato? Dopo aver tanto amato, guarito, protetto?

Poteva battersi il petto, sulla cima di un grattacielo e prima di lanciarsi, urlare: volevo salvarlo!!

E battersi il petto. Chi non conosce i giorni dell’abbandono? Sono solo stridore di denti.

Molti anni dopo, i giorni si lasciano tacere e par che la memoria tutto abbia guarito, riposto, ordinato. Ma basta una canzone, un centro commerciale, quell’odore di famiglia, di pollo che gira, l’ammorbidente. Oh. E un attimo, mademoiselle asciuga gli occhi.

Sono passati molti anni, eppure torna spesso a cercare una donna, è giovane, capelli lunghi bruni, c’è un bambino che tiene per mano. La cerca. Ripercorre le strade che conosce, le strade che non conosce. La cerca. La donna è la sua giovinezza. Lui non c’è più.

Il crepuscolo si adagia sui tetti delle case. Torna ogni giorno, alla fine delle angustie, delle felicità. 15032170_10209474056761410_5852755268606166705_n

Sono in guerra. Riesco a rifarmi il letto, mettere su la lavatrice, riesco a assommare le ore della mattina in maniera utile, con brevi picchi di audacia e adrenalina, come se dovesse accadere qualcosa. Ho imparato ad accettare più o meno tutto, forse questa è la lezione alla fine della storia. Scrivo perché non si perda niente, e che un giorno rimanga al futuro l’esito di piccole addolorate vite. Oh cara Jane Austen, tutta la mia solidarietà, posso capirti. Sì. Quante vedove bianche tra le scrittrici di ogni tempo? E’ una consolazione, ci sono anch’io. Certo. Amata e ripudiata. Mio padre mi guarda con un sorriso dolce: sei proprio una bambina, dice. Supplico mio padre di evitarmi il pragmatismo: uccide la gente, dico. Mio padre sorride ancora. Aggiungo: non mi sposerò mai un ragioniere di qui, ok? Preferisco morire. Nulla contro i ragionieri. Io sono matta però. Non mi addomesticherete, no. Sono sempre stata fuori dalla porta, quante volte devo ripeterlo. Fino alla fine delle miei giorni.

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Romanzo amore 32 (la lunga notte)

I giorni dell’abbandono sono stati già un romanzo forse, raccontati in un film. Chi può dire di non averne fatto esperienza? Mademoiselle conosceva molto bene la prassi. Era uno stridore di denti, finché non avesse dimenticato, doveva dimenticare troppo stavolta. E c’era un’ora del pomeriggio, le tre, in cui si concentrava tutta la tristezza del mondo. In quell’ora precisa, lei, in casa dei genitori, era tornata al fulcro, indolente, era la figlia emotiva e fragile, a quell’ora chiudeva gli occhi, nel suo letto freddo di ragazza. Il bambino era di là, con i suoi quadernini. Il bambino usava solo vezzeggiativi perché era un bambino. Bussava alla porta della sua stanza di ragazza e chiamava: mamma. Mademoiselle dormiva come morta, come se lo fosse. Nel sonno precipitava. Era molto pesante. Il sonno o il declivio da cui osservava la vita di prima, nebulosa eppur raggiante, nella distanza del ricordo. Il ricordo era breve, quasi bruciante, animoso, ancora troppo breve. Poi sopraggiungeva il tepore delle coperte, ma era l’oblio a venirle in soccorso e le sembrava tepore, così decideva di non svegliarsi. Arrivava il crepuscolo sui tetti delle case. Le voci erano lontane. Le pareva di udire la voce di Arthur, nel suo italiano incerto. Apriva gli occhi, si tirava su a sedere. Poggiava i piedi sul pavimento, fissando attonita la riga del marmo che univa da un canto all’altro un ipotetico disegno. Sono i giorni dell’abbandono. Qualcuno vi ha già scritto un romanzo, la sceneggiatura di un film. Mademoiselle era ancora giovane, i suoi capelli erano bruni, ma aveva il viso sciupato, gli occhi piccini. Il dolore ritira le persone, diventano come stracci, abiti vecchi, lavati male, indossati peggio.

La scrittura era il vincastro. Il dolore era una grande opportunità, l’avvertì un giorno un amico, l’unico che guadagnò dopo di allora. L’amico ebreo. Mademoiselle affidava alla scrittura ogni segreto. Poi la scrittura avanzava più intrepida, pretendeva altro, era restituirle tutta la vita di prima, pagarle una quota di quel che si aveva avuto in breve concessione, la lucidità che ti consente lo strazio, dopo la lunga notte. Quanto dura la lunga notte?

Mademoiselle scriveva.tomas blog

Ogni volta che si scrive ci si illude di rimettere a posto qualcosa, nel nostro caotico procedere, in quel mondo che ci ha tradito o mollato, ma che ci insegue, ci sveglia la notte, ci tormenta a tratti o sempre o talvolta. E quanti avverbi uso per dire che il mio mondo in fondo era breve marginale, scaraventato in un angolo, al buio. L’ho illuminato. L’ho chiamato abbandono. Il mio mondo-abbandono.

C’è di solito un uomo. Il personaggio principale, per molti anni è stato il mio primo marito (come se ne avesse avuti altri, ridicola, nda). C’è di solito una qualche forma di abiezione, una dipendenza, una miseria che incombe, il dramma e l’innocenza, lei che palpita e balbetta alla fine, mortificata. Lei alla fine che rimane sola. E’ la verità. C’è un abbandono di mezzo, di solito, una cucina, un asse da stiro, una camicia. Negli anni si aggiungono dettagli, c’è un sanatorio, un letto di malato, una stazione, un dormitorio.

Eppur provo sempre a raccontare la mia vita. E la mia vita nella vita vera procura sconcerto. I miei interlocutori, estranei di norma (i più attenti), inorridiscono o scuotono la testa con rassegnazione. La mia vita vera, avventurosa e meschina.

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Romanzo amore 31 (monsieur)

Monsieur non era soltanto un’idea. Lo aveva incontrato molto anni dopo la sventura, quel Natale, quel giorno di dicembre. Le sembrò un regalo rubato, perché durò molto poco. Lo incontrò alla fine di un viaggio. Ed era abbastanza stizzita per questo, arrivare sempre tardi, rimediare un rimpianto dopo aver raggiunto un seppur minima vulnerabile felicità. Dover salutare, sorry.

Monsieur, è stato un piacere. Ed era un professore, e veniva dalla Provenza. Era un caso?

Crederci? Al destino o alla coincidenza. Ma il destino è una congiunzione strutturata, antica, predetta, riassume lontanissimi progetti, li sintetizza, li confeziona per noi.

Il destino non è sempre desolazione. No, il destino era Monsieur, era così bello.

A bientot. Alzò la sua delicata manina a mò di saluto, davanti a un aeroporto, monsieur non si girò nemmeno a guardarla.

Tornava da un viaggio, le sembrò ancora una volta, come accadde con Sergej, di aver dimenticato la vita di prima. Tornò a casa, quel giorno che aveva visto il francese, monsieur, giurando a se stessa che non avrebbe perso un’occasione di felicità, felicità che le si era messa di traverso tra la vita di prima, la scrittura, l’isolamento.

Ecco, l’isolamento. Era un problema, sempre più esigente. Non ne poteva più.

Dunque, scriveva piccole cose dedicate a monsieur, teneri rendez vous su immaginarie terrazze a strapiombo sulle spiagge della Camargue.

Monsieur era bello davvero, più bello persino – forse – dell’uomo della vita di prima. Più bello di Sergej che non aveva mai incontrato. E monsieur era stato capace, anche soltanto per un momento, di pronunciare le parole che aspettava.

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Vorrei essere speciale per qualcuno, il primo e l’ultimo dei pensieri. Questi sono i desideri che indeboliscono la volontà, sapete? Ve li svelo uno ad uno. Pensare qualcosa del tipo: voglio essere amata per sempre e così via è la ragione di tutti i tormenti. Pensare di per sé è già una insidia. Piango di meno. Sì ok, chissenefrega. La mattina sono in piedi alle sette e accompagno mio figlio a scuola. Brava bambina. Il pomeriggio corro in pineta. Prego. Dobbiamo perdonarci. Il dolore diventa dolce di nuovo, mi sta lasciando finalmente – spero – quella specie di parossismo. Quando mi innamoro di qualcuno sono capace di qualsiasi cosa, ma la regola vale per tutti, non sono epica io soltanto, lo siamo tutti in quel particolare stato di grazia. I primi giorni del crollo (non è chiaro se si riferisca a Sergej o a quel giorno di Natale della vita di prima, nda) piangevo come una ragazzina davvero. E chiedevo sinceramente sgomenta perché nessun uomo riuscisse ad amarmi. La mia psichiatra non mi risponde. Le chiederò di nuovo questa cosa. Più che altro mi ha spiegato i motivi ragionevoli della storia con lo scrittore, voglio dire della fine della storia con lo scrittore russo. A me non interessano motivi ragionevoli in questa fase. Certi uomini hanno bisogno di più donne, almeno due. Che tristezza capire certi uomini. Oppure: che tenerezza capire certi uomini nella loro debolezza, anzi sensibilità meccanica, sensibilità che soccombe al loro virilismo.

Allora non dobbiamo sbagliare le domande.

Ieri avevo appena finito di correre in pineta, avevo ancora il fiatone, quando un giovane mi ferma e mi dice: Signora posso farle i miei complimenti? Come una sciocca ho pensato che si riferisse al mio aspetto. E invece: Ho letto il suo romanzo. Aggiunge il giovane. Gli stringo la mano. Gli chiedo: Ma come hai fatto a riconoscermi? E lui dice: Signora, io la vedo sempre, non avevo il coraggio, ma io la vedo ogni giorno qui. Ah, dunque riconosci l’autrice in quell’insetto che procede nel suo compitino quotidiano? Non crepare di inedia, di tristezza, ma agire agire. Tenerci insomma, ad avere le gambe dure, affusolate, una bella caviglia, i capelli in ordine. Ma quando si corre: capelli in ordine? Sì, anche. E il rossetto sapete indossato ogni mattina, prima di iniziare a scrivere. Una volta il rito prevedeva la prima sigaretta. Oggi ho smesso di fumare. Rimane il rossetto, i capelli in ordine, all’incirca.

Quel che contano sono le non domande. Le assenze.

 

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Romanzo Amore 30 (io perdono tutti)

Al piano di sotto la vicina cucinava il solito pentolone di ragù. Era la casa della vita di prima. C’era un albero di limoni in cortile. L’inverno era mite, i colori si restituivano al mondo anzitempo. Gennaio era un mese che la spaventava di solito. Perdeva tutto a gennaio. Gennaio veniva dopo Natale.

Natale.

Cioran le metteva inquietudine. Era un pensiero da elegia reazionaria, laconico, terribile come un cimitero di atei, su cui soffia il vento della Siberia. Aveva questa immagine in testa, una gran desolazione nel cuore. Sarà per Cioran che aveva dimenticato di accorgersi di qualcosa, di un tradimento, di qualcosa.

Ma andò via da quella casa, era una casa maledetta. Eppur sembrava tutto perfetto. Ricordava un giorno qualunque, un giorno in cui c’era l’amico Arthur, morto di tubercolosi, lei ascoltava una ballata di De André e improvvisamente la colse lo sconforto, la certezza che quella sarebbe stata la canzone di Arthur. E Arthur sarebbe morto.

Andò all’incirca così.  Ma tornò in casa dei genitori.

Il bambino frequentava la scuola. I suoi quadernini. Il bambino parlava bene e usava tutti i vezzeggiativi, perché era un bambino. Mademoiselle aveva smarrito la strada. Non era una moglie, non era una donna, era una madre indolente che non riusciva a concentrarsi, ad alzarsi la mattina, ad aprire la finestra. Però lo faceva. Era una fortuna davvero avere incontrato nel suo destino la scrittura, o la scrittura o la pazzia. O non c’era nemmeno da scegliere. vvv1

Scrivo e riferisco con zelo: miseria, passione, virtù. La mia virtù è l’esercizio della sconfitta. Dalla sconfitta alla pazienza il passo è brevissimo. Dalla pazienza alla fortezza alla giustizia. Sono passaggi. Giustizia, fortezza, sono virtù che nascono dalla tribolazione. Tribolazione, afflizione, sono condizioni bibliche invece. Non dobbiamo temere, preludono alla salvezza. 

La speranza me la tengo e a fine maggio parto per la Provenza. Un soggiorno in Provenza, devo solo trovare la sistemazione più adatta alla mia indole un po’ solitaria, condizione economica e domestica. 

Comincio a ricordare con fatica. Rimedio sempre reazioni da fuori di testa negli uomini, ma non durano. Nel senso, sono in pochi a mantenere le promesse. Oppure le mantengono non senza prima infliggermi castighi tali da rimpiangerne al limite l’infedeltà. Sadici, insicuri, vili, deboli.

Ma io perdono, li perdono tutti.

C’era un asse da stiro, una camicia sopra; una mensola, un vasetto con un fiore dai petali bianchi, c’era un buon odore, le tendine chiare, il sole che batteva sulle ampie vetrate del soggiornino. Era la mia casa. Lasciai tutto con il rammarico di non aver passato lo straccio in bagno e rifatto il letto. Dovevo lasciare tutto, tutto franava.

Io perdono tutti.

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Romanzo Amore 29

Il giorno in cui la vita di prima le restituì solitudine e tradimento, per tutta risposta alla sua ostinata devozione, era un giorno di dicembre che sembrava primavera. Uscì in balcone con in mano un bicchiere d’acqua che non volle bere (era una terapia naturalista, inutile perlopiù a sconfiggere disturbi dell’umore, molto patetico); guardava verso il colle, intuiva la costa dove emergeva la punta di un maniero, il mare era terribilmente calmo. Azzurro, come il maglione dell’uomo che l’aveva tradita, che era sparito. Come i suoi occhi.

Le rimaneva un cruccio, un assillo pedante: poteva rimediare? Lei, per tutti? Ricucire, rimettere in ordine. Tornare a casa. Nella sua casa. Allora la sera prima di dormire – aveva di solito gli occhi così gonfi che le dolevano persino – riassumeva l’accaduto, analizzando i punti deboli, cioè gli aspetti in cui lei sarebbe potuta intervenire, rimediando. In fondo anche lei aveva delle responsabilità e quando si accorgeva di questo, il rimpianto diventava tormento, allora con la mano tremante stringeva il lembo della sottana, si contorceva nel rimpianto, non aveva pace. Non riusciva a dormire.

Poi si addormentava.verat

La mattina si svegliava con un rumore confuso sullo sfondo della penombra. Realizzava che era il giorno, i cardellini al davanzale che ne annunciavano le prime luci. Apriva gli occhi con fatica. Con fatica pensava al giorno che non era in grado di affrontare, la solitudine l’affliggeva, la solitudine era nel qual caso la privazione di qualcuno.

In casa dei genitori, era di nuovo una figlia. Il bambino cresceva. Mamma. Lei rispondeva appena, sì?

Mamma.

Ecco allora apriva le finestre, la luce entrava meglio, era così forte, così avvolgente, che lei doveva chiudere gli occhi per proteggersi. Chiudeva gli occhi.

Mi commuovo facilmente. Sono una manipolatrice. La mia debolezza mi rende tale. Lo posso ammettere. Me lo ha detto anche lo scrittore (si riferisce a Sergej, nda). Mi sono incazzata moltissimo, poi di colpo ancora una rivelazione, mentre corro in pineta: sì, sono una manipolatrice. E sono incapace di empatie varie ed eventuali. Salvo una monopassione pedante e fedele nei secoli. Quando capita e quando capita di solito ne esco malissimo. L’immagine che affiora di me mi piace sempre meno. Progetto il cambiamento. Dico alla mia psichiatra, a mia madre, a chiunque si trovi davanti la mia desolazione: se rimango qui, muoio. Mi calmo la sera, momento in cui tutto sembra possibile, persino sperare. E così fatico ad addormentarmi. Mi commuovo, ma piango pochissimo. Piangere però mi serviva, una volta, alla fine dormivo almeno. Non è vero, invece piango. Comunque dormo anche adesso, con regolarità, evito di indugiarvi potrei svegliarmi tra un decennio. Sono controllata affettivamente, non sento nulla, non provo dolore. Del dolore è rimasta l’ombra. Sotto quell’ombra qualche volta riposo.

continua

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