Romanzo Amore 25 (il fulcro)

Aveva lasciato la sua casa, per tornare nel fulcro, tornare a essere una figlia. Dimenticando tutto il resto. Era tornata nella casa in cui viveva da ragazza. Lei e il bambino sistemati in una piccola stanza, gli abiti impilati, l’identica disposizione del mobile, del secretaire, delle creme, dei profumi, identica a quella che ammirava soddisfatta ogni volta, nella vita di prima. Era anch’essa un tempio. Trascorreva molte ore nella piccola stanza, il bambino cresceva. Lei era di nuovo una figlia per il caro padre e la madre, afflitti, ma certi che un giorno mademoiselle avrebbe dimenticato, che era meglio così. Cercava la solitudine, perfezionando un’indole, non che solitaria lo fosse stata di meno, nella vita di prima. Però in un certo qual modo viveva, un tempo, prendeva parte alle cose che accadevano, non aveva il bisogno continuo di raccogliere i pensieri. E quel raccogliere i pensieri diventò infine una preghiera. L’abitudine alla preghiera, senza la quale le sembrava di morire.

Il sonno era il suo riparo. Dormiva come precipitando. E l’oblio non era una consolazione, non appagava nulla, aveva potere solo nell’inutile resistenza che mademoiselle opponeva ai fatti che accadevano. Non accadeva moltissimo, in realtà, solo un costante allontanamento dal battito di qualcosa – l’amore, la vita – dava la misura del tempo e delle cose che accadevano. L’esasperazione talvolta, l’isolamento sempre più severo e esigente. Era la misura di quel che doveva attraversare. Un’ora del deserto del tutto simile all’eternità.

Molti anni dopo incontrò il francese, monsieur, che considerò una specie di regalo rubato, eppur confidava ancora. Prima ci fu l’abbaglio criminale, il suo vero terrore. Un uomo chiamato Sergej. Le venne in soccorso, nella virtualità, lettere ricevute e spedite che le davano l’illusione di poter dimenticare la vita di prima. Fu il terrore. Sergej era uno scrittore. Le scrisse per mesi, oh parole inaudite. Ma era uno scrittore. Poi sparì, così, di punto in bianco. ve-blog

Attraverso la finestra ritorna la mia immagine. Guardo fuori il mondo vero, sorrido, perché preciso un fatto che ha perso la sua ovvietà: il mondo vero. Già, perché adesso dove vivo, dove ho vissuto? I miei capelli neri sono di nuovi lunghi. L’immagine riflette sul vetro. Provo a pensarmi bella. Desideravo che lui mi vedesse così, con questo mio viso molto italiano, lui diceva. Certe volte mi hanno chiamato l’albanese, gli ho detto allora, oppure, sai, ho la faccia da rom, mi hanno detto. Triangolare, imperfetta. Anzi di una caminante, è diverso eh. Caminanti. Sono gli zingari italiani. Ne incontrammo una con mio padre, aveva i capelli alzati, scuri, gli zigomi appena sporgenti. Gli occhi di uno strano colore. Mio padre dice: è proprio uguale a te. Non so.

Tu sei italiana, mi ha detto lui.

Lui invece non lo è.

 Tu non hai radici. Dice. Oh, abbastanza. Cioè non ne ho. Non sto mai bene da nessuna parte. Sto sempre fuori la porta. Io amo i russi. La letteratura russa: la musica, il realismo, la malinconia, il dramma nero del grottesco, la capacità di tradurre il dolore con un ghigno che seppellisce gli altri nella tristezza. Non è destino questo? Come chiamarlo altrimenti?

Il suo romanzo porta il mio nome. Non è destino, questo? Io ho i brividi. Ci sono trame che sconvolgono i pensieri, ma è l’amore. Sì, giusto, è l’amore. La psicologa (veramente è una psichiatra) mi guarda mite e severa insieme, non mi concede alcuna speranza al momento. Bisogna lavorare con lucidità, afferma. Non che io l’abbia persa. Soltanto faccio fatica ad accettare un lutto. Eppure dovrei essere brava ormai. Non voglio essere compatita, ma negli ultimi anni non ho esercitato altro che la pazienza nella sofferenza, disperando e accettando, invocando, tendendo le mani. Non c’è niente di più doloroso, al momento, che accettare. Un lutto.

Gennaio è un mese orrendo. Qui da me, in Sicilia, la luce promette possibilità ineffabili, si presenta quando meno te lo aspetti. Ma gennaio è spesso anonimo, non ha colori. Salvo in certi giorni. O in certe mattine che mi par di sentire la zagara in anticipo o incontrare – con qualche meraviglia – i mandorli in fiore lungo la provinciale.

You re lost little girl. Dice lui.

La psichiatra mi ha detto di conservare tutto il dolore, perché poi lo scrivo e aiuto gli altri. Sì, ma devi esserne fuori. La psichiatra mi invita a lavorarci su. E io penso: ma come fate a vivere così sereni, indifferenti al mio tormento? Sono proprio una ragazzina, non sono mai cresciuta. I m lost little girl.

In un film di Saverio Costanzo (In memoria di me), uno dei personaggi a un certo punto dice: bisogna imparare a governare il tormento, ignorandolo, non mostrandolo mai. Un esercizio di spirito, a cui poi ci si abitua. Fino a diventare una pratica quotidiana o addirittura un automatismo.  Non conosco altro che scrivere e condividere. Lui – che poi è sparito – un giorno mi ha scritto: è il nostro solo modo di sopravvivere. My little girl. Mi ha scritto.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Advertisements