Romanzo Amore 26 (il cambiamento)

Mademoiselle aveva mantenuto tuttavia la sua natura puerile. Non era una contraddizione, si poteva essere molte cose insieme, isolarsi e nutrire la vanità, conservare tratti puerili, abbandonare i migliori. La puerilità era il bisogno di vedersi esteticamente in ordine, ogni mattina, malgrado non uscisse quasi mai di casa, la mattina, malgrado rimanesse nella piccola stanza con i mobili imbanditi, il suo altare domestico trasferito da un luogo a un altro così che non se ne dovesse accorgere, come se fosse possibile. Come se il cambiamento, anche tragico o drastico, dipendesse solamente da uno spostamento pragmatico o una rivoluzione degli oggetti o da una dinamica di azioni, farle o non farle.

E allora cos’era veramente il cambiamento tragico o drastico? Era sempre qualcosa che atteneva alla sfera della morale. Quando il suo primo marito andò via, lei leggeva Cioran.

Al centro commerciale si recava ogni sabato. Al tempio si recava di solito nei pomeriggi più clementi, in primavera perlopiù. C’era il vento che proveniva dal mare a rendere la sosta talvolta sofferta. Nel senso che mademoiselle temeva il vento, alla fine le lasciava un gran mal di testa. Mademoiselle aveva sempre freddo. Al tempio ricostruiva piano piano un nuovo mondo malmesso, di incollocabili, come lo era lei. Sventurati usciti da una qualche ingiustizia della vita, deboli, meschini. Il suo nuovo mondo rispettava le regole dei ritardatari, quelli che arrivavano al punto ed era già troppo tardi. Quindi erano testimoni di solito sbigottiti o amari, per quella amarezza che ti restituisce il danno, accusato senza volerlo. Conobbe piano piano gli imperdonabili. Cari amici del tempio. Vecchi, cantanti neomelodici, ambulanti con lo stigma del carcerato tatuato sulla pelle. E così via.

L’amore era un lontanissimo bagliore, perso dentro la cruna che divide l’orizzonte del deserto da un getto di cascata.v4

Al tempio la vita è muta. Le vecchie bisbigliano. La caciara più in là si perde nel vuoto dei vicoli. Incontro la donna tunisina. La donna dice che avrei ancora bisogno di qualcuno, ad esempio di un uomo, che tutto sommato è troppo presto per rinunciarvi. La donna aveva vissuto la sua passione, aveva la ragione giusta per istruirmi, il suo uomo era stato condannato a morte, era un palestinese. Erano passati anni, anch’io a pensarci bene ho secoli da raccontarvi. Erano passati anni da quando il suo uomo sparì, inghiottito dalle frontiere. E sai, le dico, anche il mio, le dico, inghiottito dalle frontiere. Adesso è vero sono una statua di sale, mi sono vestita di lutto, promano noia, mi pervade la noia, ho i capelli scuri, sempre più scuri, e gli occhi non brillano come i suoi. La donna si chiama H., i suoi occhi sono verdi quasi bianchi. Sai, aggiungo, c’è un verbo che procura ribrezzo e questo verbo è promanare, ma lo uso sempre, le dico. E’ un verbo imbarazzante, dissi. Il suo nome era primavera, aggiunge la donna, era una stella, già, una stella. Il mio induceva all’autunno, come certi autunni lievi, con i margini distinti, ampie foglie rosse su boulevard che non conosco. Mon petit.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

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