Romanzo Amore 27

Le mattine di sole erano una sferza di felicità, ma non era la sua. La andava a cercare. Andava a cercare lui, perché quel sole, quella luce, il profumo che proveniva dai gigli oltre il davanzale, avevano un senso soltanto se riferiti a lui o meglio alla vita di prima. Era andata e non se ne faceva una ragione. La vita di prima era enorme, era tutto, non aveva mai vissuto tanto. Era giovane.

La vedovanza era scritta nel suo destino, non avrebbe mai immaginato, mai. Da ragazzina, leggeva Piccole Donne della Alcott, immaginando di essere Jo, sarebbe stata una ribelle, selvatica, ingovernabile, ma alla fine avrebbe trovato il suo professore, l’amore nella maturità. Jo lo aveva trovato.

Infatti aveva incontrato monsieur, ma siamo già alla fine della storia. Monsieur lo incontrò alla fine della storia, un giorno di agosto.

Nel frattempo la dividevano gli anni, la vedovanza angusta, nuove solitudini. La dividevano da monsieur che incontrò alla fine della storia.

I giorni di sole annunciavano il futuro radioso. Tutto sommato poteva aspettarselo, il bambino cresceva, ma forse un giorno chissà sarebbe tornata, lo avrebbe trovato, cercato e trovato. Lui, lui. E sarebbe tornata allo start, senza soffrire, senza piegarsi in due per nessuna supplica che non fosse una lode piuttosto.cropped-vero-blog.jpg

Mademoiselle però era una scrittrice. E il dolore era uno strumento come un altro per coltivare un talento fintanto non lo avesse scambiato irresponsabilmente per un castigo. L’aveva avvertita Sergej, il suo amore fasullo e sfortunatissimo, epistolare, tragico, fasullo. Successivo alla vita di prima, l’unica concessione onesta e viva che il tempo le regalò. Poi arrivò Sergej e lei credette di dimenticare la vita di prima.

Mi ha detto: non avrai più bisogno del dolore, sai? Puoi scrivere senza. Anzi, imparerai che a esser necessaria sarà l’ordinarietà, la routine. Un tot di ore dedicate al tuo romanzo. Senza dolore. Oh, sì. Annuivo, incantata. Lui vendeva milioni di copie, lui era tradotto. Sergej. Io no. Però certo, quando scrivo il mio romanzo, il dolore è già passato. E’ quel che resta che mi serve. La lucidità, la spietatezza che ha vinto il fuoco. Ma poi quel fuoco ritorna, vedrete, continuerà a demolire. La mia condizione è stata questa. Cosa posso dire? Un giorno di tanti anni fa, sono morta in fondo come moglie, come donna (oh mamma, odio certe enfasi, perdonatemi), comunque sì sono morta come donna, allora sono nata come autrice. Non mi frega un accidenti, però. Sarà sempre questo il prezzo da pagare?  Non che lui stesse meglio. I suoi abissi inenarrabili. E chi poteva incontrare se non me? Cosa dovevo guarire stavolta o salvare? Nulla, nulla. E lui dice: non hai bisogno del dolore. Ma se la sua vita non è stata altro? E anche la mia. Lui dice: conosciamo solo questo modo di sopravvivere, scrivere. E’ vero. Non conosco altro. Scrivere e condividere, non conosco altro. Non so cosa sia altro. Tutto quel che mi manca è finito dentro un calanco spaventoso, dove degradano le mie omissioni, le mie preghiere. I miei desideri. Ma sono intrappolati, sono dentro un incantesimo. Nel frattempo ho già assunto la piccola compressa di felicità. Ogni mattina. Sto aspettando. La felicità. Quando arriva. Allora?

Little girl. I m lost little girl.

Infatti, quando ero felice non ho scritto una parola – una certa primavera, un certo amore, rapidissimo, eppur profondo come quello della ribelle Jo di Piccole Donne per il suo professore, calmo e maturo. My beloved. Mio amato.

Ogni scrittrice nella sua biografia avrà un amore epistolare con un grande nome, non so, un gigante? La mio biografia è molto sentimentale. Ci sono un sacco di tragedie. Amori tristissimi, avventurosi, tutti finiti male. Ci sono sanatori, e retrovie di stazioni e paesi lontanissimi. E uomini che parlano sempre un’altra lingua. Malati di qualcosa, dipendenti da qualcosa. E tutti provengono dalla medesima area geografica. E tutti con un terribile segreto, un terribile passato. Lutti paurosi che pretendono perdono misericordia. Io che non riesco a consolare, io che aspetto ancora la mia parte in questo breve viaggio. I m lost little girl. La piccola compressa agisce lentamente, credo. Aumenteranno il dosaggio, se occorrerà. Io scrivo nel frattempo. Ogni tanto asciugo gli occhi e vi racconto tutto, e tutto voi sapete di me. Tutto sarà pubblico, è una scelta di chi scrive, voglio dire è la mia scelta. Tempo fa, un signore, un mio lettore immagino, mi ha allontanato inorridito, non riusciva a seguire i miei post deliranti, o l’impudicizia nel raccontare le mie debolezze. Oggi vorrei spiegare a quel signore: signore, guardi, a me interessa l’uomo nel momento della caduta. Può capire cosa intendo? Non tema la sua miseria, non esiste un uomo che lo sia meno, che non lo sia misero e meschino. Perché – guardi signore – nella nostra debolezza, dimora l’Eterno.

Continua

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Advertisements