Romanzo Amore 28

Al tempio aveva ritrovato il compagno di liceo. Attraversava la piazza anche l’ebreo, ostinato e generoso, uomo anziano, autorevole come un patriarca. Il compagno di liceo si faceva di eroina. Era gonfio perché era in trattamento nel dipartimento di salute mentale. Suonava il piano una volta. Era intelligente, troppo. Si commuoveva sempre. E mademoiselle non era da meno. Si commuoveva se parlava del figlio. Il figlio cresceva in casa dei nonni. Quando sedeva al tempio era sola e dava l’impressione di una senza patria, che poi era una condizione dello spirito. Al tempio vedeva passare la vita del quartiere, spesso meschina, avara. Dario, il compagno di liceo, la guardava appena, con gli occhi spossati, le palpebre lente. Le vecchie l’aspettavano, sedute sulle solite panche. Il mondo le cadeva addosso, non riusciva a spiegare, ma era quel che provava vivendo semplicemente eppur era come morta. Le pareva di tenere una spada conficcata nel cuore, così sanguinante avanzare. Un’immagine simbolista, tutto sommato. Le confaceva, straziante, tragica, quando non ridicola.

La sua calma non era calma, l’apparente normalità della sua vita, albe e tramonti che si succedevano senza altro da aggiungere, era solo il sintomo segreto del disordine esistenziale in cui procedeva. Procedeva per chiudere la pratica. Cosa bisogna fare? Vivere? Consumare i giorni? D’accordo. Procediamo. Sembrava denunciare nella sua mitezza ipocrita. Non era mite. Era molto arrabbiata. Addolorata. Certo certo. Riusciva anche a sorridere. Sorridere non le piaceva molto, perché spesso era un’azione indotta, quasi coercitiva, per consolare gli altri, per farli stare buoni, ché la vita non è sottosopra, la vita va giusta, è perbene.tomassini

No, affatto. No.

A volte pensava qualcosa di nuovo e allora rabbrividiva per la possibilità.

Continuo a ragionare sull’idea del viaggio. Parigi, potrebbe essere la destinazione più prossima al mio bisogno. Devo tornarci, dai miei vent’anni, giù di lì, non spero altro: tornarvi. Nel medesimo attico su Montmartre, a qualche metro dalla Basilica del Sacro Cuore, dai suoi infiniti gradini.  Immagino lunghe passeggiate, o pause tranquille con il moleskine sulle ginocchia. E così capire, riassumere, non avere fretta, dimenticare. Tornerò, però devo stare anche attenta, non peccare di ingenuità come d’abitudine. Ho rischiato grosso, sapete, riesco sempre a cacciarmi nei guai, malgrado sia una persona calma. Ma tanto è. Durante quel soggiorno a Parigi, sulla piazza del Moulin Rouge (ero a Pigalle, non sapevo cosa fosse Pigalle, già), un uomo altissimo, un indiano non so da dove diavolo venisse, scuro, con una cicatrice sul viso butterato, mi chiese qualcosa una sigaretta, alcune domande, mi seguì a lungo. Insomma, erano giorni in cui diverse donne bianche erano sparite misteriosamente, finivano nella tratta, in qualche bordello di Pigalle o di Amsterdam o in Belgio. C’era una droga che girava, in certi locali, le ragazze bevevano et voilà si ritrovavano in stanze anonime segregate o violentate. Mi spiegarono che quello strano indiano o non so probabilmente aveva in testa qualcosa del genere, farmi finire in un postribolo. Ecco tutto.

Un episodio inquietante, mi servirà da lezione una prossima volta. Non parlare con chiunque, evitare la mia stupida gentilezza, qualche volta è stupida perché usata male. Nel frattempo sta finendo anche il week end, e sono sopravvissuta alla malinconia del week end.  Stanotte l’ho sognato ancora una volta. L’uomo della vita di prima. Sogni sempre più indecifrabili o forse drammaticamente espliciti. Salivamo le scale di un palazzo di periferia, quella periferia che ho frequentato da ragazzina. Erano falansteri, dove si spacciava, dove i tossici finivano in overdose in baracche di lamiera. Uno di quei deserti a cui devo il male di questi giorni. Nel sogno, saliamo su per la rampa, io e lui, incontriamo un uomo, di mezza età. Una scena senza senso. Quest’uomo ha una siringa conficcata nell’avambraccio, notiamo il sangue.  Temiamo, per un attimo. Proseguiamo, fino ad addentrarci in una specie di ballatoio, c’è gente che dorme per terra, donne imbruttite dalla miseria, sono stese  su pagliericci. Una bruna dice: “non mi alzo da qui, se non per cose importanti”. Dialoghi. Erano le case occupate? Quelle che ho incontrato con lui, quando era soltanto un giovane uomo dell’est provato dall’alcol e dallo spaesamento, dalle frontiere, dalla coercizione, dalla clandestinità?

Allora, Parigi? O forse no.

continua

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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